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La Repubblica 31-10-04,
Essere donne in Arabia Saudita 
di Adriano Sofri 

Le interpretazioni più pessimistiche, o più schizzinose, sulle elezioni afgane dovrebbero confrontarsi con la situazione arabo-saudita. Raccolgo notizie sulle donne in Arabia Saudita così tragicomiche che desidero farvene partecipi. Dunque, finora le donne non avevano diritto di voto: del resto non è che si votasse tanto, l' ultima volta successe nel 1963, e l' esito non fu mai reso pubblico. Ora, in tre tornate fra il 10 febbraio e il 21 aprile prossimi (la data prevista era in novembre, ma è stata aggiornata in extremis) si terranno le elezioni comunali: sarà eletta la metà dei 178 consigli municipali, l' altra metà la nominerà la famiglia reale. Le donne sono 8 milioni. 40 su cento hanno più di 21 anni, e ufficialmente hanno diritto al voto. C' è voluto molto per accertarlo, dato che la dizione della legge del 1977 stabiliva che "ogni cittadino" ha diritto al voto. Ma non c' è scritto: "ogni cittadina", dunque le donne, si obiettò, sono escluse. (Mie amiche storiche mi dicono che nel 1876 Ruggero Bonghi, ministro dell' istruzione dell' Italia unita, riuscì a far ammettere le donne all' Università proprio argomentando che la dizione "alunni" andasse interpretata come un neutro, comprendendovi dunque il femminile). Dopo anni di controversie, una legge applicativa ha decretato che il cittadino comprenda la cittadina. Ma ecco che un principe responsabile della commissione elettorale dichiara che le donne voteranno magari un' altra volta, dopo che si sia appurata attraverso un' indagine competente l' utilità o l' inutilità della loro partecipazione. Intanto donne coraggiose e tenaci (cinque secondo Le Monde, secondo Al Watan tre) si erano candidate. Tuttavia, benché già nel 2001 (!) una legge avesse autorizzato la concessione della carta d' identità alle donne, essa non è stata ancora applicata al 90 per cento delle aventi diritto, per gli ostacoli di natura religiosa e la complicazione della fotografia sulla tessera. Militanti come la professoressa Hatoun al-Fassi hanno sostenuto le ragioni delle candidate sui giornali. Le candidate stesse, Nadia Bakhurji, Fatin Bundagji e Fatma al-Khereji, non si sono arrese, ma l' eventualità che votino e siano votate sembra essere sfumata. Ancora più spettacolosa è la questione delle patenti d' auto. Succede come in quei bar che espongono l' insegna: "Da domani si fa credito". Dal prossimo anno, dicono da qualche anno le autorità saudite, le donne potranno guidare. Il 6 novembre 1990 quarantasette donne percorsero per mezz' ora le vie di Riad a bordo di quindici auto. Furono arrestate, fatte segno del pubblico ludibrio, ed escluse dagli sparuti diritti civili. Adesso una cronaca raccapricciante del poeta libanese Abbas Beydoun, per il giornale di Beyrouth As Safir, racconta la conferenza per i diritti delle donne arabo-saudite. Le partecipanti donne sono chiuse in una sala separata, in modo da occultarne a occhi e orecchie maschili la vista del volto e l' ascolto della voce. Si discute anche della patente. Le autorità religiose spiegano vibratamente il divieto, con generosa competenza anatomo-morale: la donna non è abbastanza resistente, né capace di concentrazione, né di robustezza fisica, per poter guidare un' auto - "neanche con il cambio automatico". Quanto agli interventi a favore, si incentrano sull' argomento che, guidando le donne, gli uomini restano più liberi di fare i padroni di casa, senza umiliarsi a fare gli autisti. Le donne che lavorano sono appena il 4 per cento della forza lavoro. L' ammissione delle bambine arabo-saudite all' istruzione risale appena al 1960. Tuttavia nel 2003 sono state 150 le giovani donne che si sono laureate in informatica, contro solo 50 maschi. Imane al-Qoueifli, su Al Watan, teorizza così la cosa: non diciamo agli uomini che bisogna riconoscere i diritti delle donne perchè sono brave quanto loro o migliori. Meglio dire che, se le donne lavoreranno anche fuori casa e guideranno e voteranno, gli uomini avranno una vita assai più comoda. Quanto agli uomini stranieri, leggo sull' Avvenire che è del 20 ottobre la condanna a dieci mesi di carcere e 300 frustate contro Brian Savio O' Connor, indiano, cristiano protestante, arrestato in marzo, torturato dalla polizia religiosa in una moschea, e accusato di predicazione cristiana, vendita di liquori, consumo di droga e possesso di pornografia. La condanna ha tenuto in piedi la sola accusa di vendita di liquori. O' Connor continua a proclamarsi innocente, e dice di aver solo tenuto incontri di lettura della Bibbia e preghiera in case private, dato che nel paese è vietato qualunque culto religioso pubblico che non sia l' islam. Un' associazione di cristiani indiani ha chiesto clemenza al re saudita Fahd bin Abdulaziz al-Saud. 


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