WEBGIORNALE  24-25   Novembre   2004

 

1.     Il successo scolastico degli alunni italiani in Germania comincia dalla scuola materna

2.      Convegno del Comites di Friburgo sulla doppia cittadinanza (sabato 27 novembre)

3.      Il Patronato è sempre attuale. 130 le sedi dell’Ital-Uil all’estero. Intervista al presidente Bonifazi

4.      L’assalto scoordinato delle regioni alle collettività degli italiani all’estero

5.      Le barche di Salerno attraccano a Düsseldorf. La partecipazione italiana alla fiera navale

6.      Flussi d’ingresso in Italia per il 2004 e norme antidiscriminazione

7.      Dicembre benefico per il ristorante Deiana di Oberursel

8.      Il vertice del disaccordo

9.      Ucraina, il Parlamento si spacca le città scendono in piazza

10.  I vicini dell’Iraq: basta violenze, sì alle elezioni

11.  Iraq. Si voterà a gennaio, ma tutti sono scettici

12.  Afghanistan, liberi i tre ostaggi dell'Onu da un mese nelle mani degli estremisti

13.  Un battaglione dall’Italia. Intesa per una forza anfibia multinazionale

14.  Dio in politica? Distrugge la democrazia

15.  Europa. I cattolici e la caccia agli eretici

16.  Torna Prodi: così il governo impoverisce il Paese

17.  Emendamento "salva-Previti", la Cdl si spacca alla Camera

18.  Berlusconi: la copertura per il taglio tasse c'è

19.  "Gad e Fed, nomi da cartoon meglio chiamarci Alleanza"

20.  Perché siamo agli ultimi posti in Europa. I conservatori della ricerca. Servono ricercatori più giovani

21.  I camorristi a Napoli vanno combattuti e non scarcerati

22.  La sociologia non basta più, è necessaria la tolleranza zero

23.  Sufi, la via islamica alla tolleranza

24.  Olocausto, approdano sulla Rete le storie di tre milioni di vittime

25.  “Infanzia straniera”: in un libro i 15 anni di lavoro della Caritas di Roma con i figli degli immigrati

26.  A dicembre la Consulta per l’emigrazione della Sardegna. Verrá rinnovato il Comitato di Presidenza

27.  Toscana. In corso a Firenze la 2a Conferenza regionale sull’immigrazione

28.  “Errore o effettiva riduzione? L’Inps spieghi le ragioni della riduzione della mensilità di novembre”

29.  Italiano: in Argentina è la seconda lingua più studiata

30.  Lingua e cultura italiana: quinta edizione del corso online per veneti all’estero

                       

31.  Berlin. „Palazzo Italia“ verdrängt Buchladen Unter den Linden

32.  Schily: Einwanderer sollen Deutsche werden

33.  Bagdad nimmt Nachbarländer in die Pflicht

34.  ITALIEN. Willkommen auf dem Arbeitsmarkt

35.  Integration und Bevormundung

36.  Die Kinder der Einwanderer sind kaum integriert

37.  "Zwangsgermanisierung"

38.  Massenprotest gegen Wahl in der Ukraine

39.  Wahl in der Ukraine. Russlands langer Schatten

40.  Saudische Frauen brauchen langen Atem

41.  EU-Kommission startet mit neuer Personaldebatte

42.  EU baut mobile Truppen auf

43.  EU-Kamptruppen. Wehrhafte Union

44.  Der Mohr heißt Seehofer, er kann gehen

45.  Seehofer zurückgetreten. Abschied von der alten Union

46.  Zuwanderer der ersten Generation sollen verstärkt eingebürgert werden

47.  Müntefering warnt vor Hetze gegen Moslems

48.  Deutsche Parallelgesellschaft

49.  Verbote allein reichen nicht

50.  Früherem PKK-Aktivisten droht Abschiebung

51.  CDU: Schnelle Abschiebung von Ausländer

52.  Deutsche Schule. Wieder nur Mittelmaß

53.  Schule. "Das dreigliedrige System ist gescheitert"

54.  Ohne die Eltern geht es nicht

55.  Freiheit ist kein Kulturgut

56.  Kippa, Kopftuch, Basecap

57.  Austellung in IIC-Köln. Werke von Giovanna Prandi

 

 

 

Il successo scolastico degli alunni italiani in Germania comincia dalla scuola materna

 

I DS-Germania approvano l’intervento della consigliera di Francoforte Liguori Pace in difesa dell’italiano nelle scuole materne

 

BERLINO - "Intervenire e investire nella scuola materna per promuovere ed accrescere le competenze culturali e linguistiche dei bambini italiani in Germania". È con questo obiettivo che i Ds Germania hanno approvato ufficialmente il 21 novembre l'intervento che la consigliera comunale di Francoforte Rosa Maria Liguori, responsabile per il settore scuola dei Ds, ha presentato alla Conferenza Nazionale tenutasi a Berlino, tra il 9 e l'11 settembre di quest'anno, sul tema "I ragazzi italiani nel sistema scolastico tedesco: problemi e prospettive".

"Il contributo incentrato sulle potenzialità e i limiti dell'intervento locale nelle politiche scolastiche tedesche – si legge in un comunicato dei DS Germania – ha voluto essere sia un momento di riflessione che di proposta capace di delineare linee guida operative e di intervento per il miglioramento delle competenze culturali e linguistiche dei bambini italiani in età scolare".

"La responsabile scuola dei Ds – ricordano – ha espresso perplessità e preoccupazione per le dichiarazioni dell'on. Sottosegretario Aprea - la quale aveva affermato che la riforma Moratti aveva preso a modello il sistema scolastico tedesco - sottolineando che la scelta di tale modello di riferimento rischia di far assumere alla riforma Moratti i connotati di una controriforma. Il sistema scolastico in Germania, infatti, considerato dagli esperti internazionali di settore tra i più selettivi e, soprattutto, inidoneo, a livello di educazione di base, a integrare e promuovere le competenze di ogni singolo alunno, rimane uno dei motivi principali delle persistenti difficoltà di una carriera scolastica di successo dei bambini italiani".

"Successivamente sono state illustrate le ragioni dei deficit di intervento, sia di parte italiana che da parte dei governi regionali tedeschi, incapaci, quest'ultimi, di valorizzare e trasformare gli "asili" - come è avvenuto in tutti i paesi europei ad eccezioni di Austria e Germania - in vere e proprie scuole dell'infanzia intese come istituzioni formative a tempo pieno e gratuite, dotate di personale insegnante capace di sviluppare a pieno le competenze di ingresso del bambino della sua prima o delle sue prime lingue, della "cultura" di cui è portatore", osservano i Ds Germania.

"Sono stati esaminati poi la portata e l'incidenza degli interventi promossi precipuamente in questo ambito dai consiglieri comunali italiani e realizzati a livello comunale", si legge ancora nel comunicato. "Tali progetti, anche se di grande valore ed innovazione, a causa dei tempi lunghi per una loro piena implementazione, non possono incidere e riformare profondamente il sistema scolastico complessivo, essendo tale materia di competenza dei singoli Länder".

Per i Ds d’oltralpe, "appare quindi prioritario ed urgente, proprio ora in piena discussione sulla riforma del sistema scuola in Germania, che il governo italiano si impegni con un accordo quadro di livello federale per il riconoscimento dell'efficacia della pedagogia integrativa italiana e definisca i contenuti di una stretta e reciproca collaborazione sulla materia da sviluppare in seguito, con il supporto delle rappresentanze consolari, coordinate dall'Ambasciata, in accordi bilaterali con i ministeri della pubblica istruzione di livello regionale".

Lo scopo è quello di "promuovere iniziative di sensibilizzazione e informazione dei genitori (coinvolgendo in ciò anche i Comites), di reclutamento di personale bilingue, di programmi di scambio tra educatrici degli asili tedeschi e insegnanti delle scuole delle infanzia italiane, di istituzione di scuole materne bilingui sull'esempio di quelle già operanti a Francoforte e a Berlino".

Poiché "tutto ciò richiede la ridefinizione delle priorità di intervento, anche finanziario, da parte dello stato italiano", i Ds Germania hanno annunciato che "solleciteranno, anche con l'ausilio dei propri parlamentari, il governo e l'amministrazione italiana affinchè si elabori un appropriato e ben strutturato "piano paese Germania" per il settore scuola, che preveda maggiori risorse destinate alla formazione prescolare e – conclude la nota – metta in moto lo strumento degli accordi bilaterali in modo coordinato e continuativo con enti, regioni e soggetti capaci di far migliorare l'offerta formativa per i bambini italiani dai 3 ai 6 anni al fine di agire preventivamente e in tempo utile sull'apprendimento e la formazione linguistica di base". (aise) 

 

 

 

 

Convegno del Comites di Friburgo sulla doppia cittadinanza (sabato 27 novembre)

 

Il presidente del Comites di Freiburg Giuseppe Maggio invita i membri del Comitato, i membri del Cgie-Germania, i Presidenti delle Associazioni, gli insegnanti, i responsabili di Patronati e degli Enti, i rappresentanti degli organismi politici e la Stampa, operanti nella circoscrizione, al Convegno informativo sulla doppia cittadinanza, che si svolgerà sabato 27 novembre 2004, dalle ore 10,00 alle ore 16,00, presso il Deutscher Kaiser Hotel, Günterstalstr. 39, Freiburg/Br. tel. 0761.74910. Sarà presente il Console d’Italia, Dott. Fernando Pallini.  

Le relazioni sull’importante argomento saranno svolte dai Signori: Herr Edwin Kuhn, del Regierung Presidium di Freiburg; Herr Waldvogel, Amt für Öffentiliche Ordnung, Freiburg; Sig. Giuseppe Scinardo del Consolato d’Italia in Freiburg.

Seguirà il dibattito, prima e dopo la pausa delle tredici. Alla fine del Convegno sarà eventualmente redatto un documento finale.

“ È questo il primo contatto con le realtà organizzate della circoscrizione del nuovo COMITES – scrive il Presidente -, che presenta, con l’occasione, un tema di grande interesse per i connazionali, ed offre ai partecipanti l’opportunità di un aperto dibattito sul tema all’ordine del giorno e, se il tempo a disposizione lo permette, su altri argomenti. Contiamo, pertanto, sulla massima presenza degli invitati al Convegno. Chi non può prendervi parte, è pregato di darne comunicazione alla Presidenza o alla Segreteria del Comitato e di delegare un proprio rappresentante”.

De.it.press

 

 

 

Il Patronato è sempre attuale. 130 le sedi dell’Ital-Uil all’estero. Intervista al presidente Bonifazi

 

D. Qual è il suo bilancio ad oltre 50 anni dalla fondazione del patronato

Ital-Uil?

R. Sicuramente positivo. In tutti questi anni il patronato Ital è cresciuto

e non solo numericamente, ma soprattutto qualitativamente. I nostri

operatori e i nostri quadri sono cresciuti professionalmente, diventando

non solo esperti in materia previdenziale ed assistenziale, ma sociale a

tutto campo. Abbiamo investito moltissimo nella loro formazione e i

risultati raggiunti e quelli che stiamo raggiungendo ci dicono che siamo

andati nella direzione giusta.

Questo però non ci basta. Il nostro obiettivo non è quello di adeguarci ai

cambiamenti, ma di precederli. I nostri sensori sul territorio, che sono

gli stessi operatori, ci tengono costantemente informati sui cambiamenti,

che si traducono in bisogni nuovi e quindi in risposte nuove.

 

D. Il motto dell'Ital-Uil è "il Patronato dei cittadini". Cosa si nasconde

dietro questo slogan?

R. La politica che dagli anni '90 ha investito tutto il mondo Uil:.dopo il

sindacato delle rivendicazioni operaie è nata l'esigenza di essere il

sindacato e, per ciò che ci compete il patronato, di tutti i cittadini e

non solo dei lavoratori, ma delle famiglie, degli apolidi, degli immigrati,

degli italiani che risiedono all'estero. Sensibile alle loro necessità, ai

loro bisogni e in grado di fornire risposte anche quando la tutela riguarda

la vita di tutti i giorni. Il diritto di cittadinanza è quello che vogliamo

difendere e per poterlo fare dobbiamo essere il patronato di tutti, nessuno

escluso.

 

D. Quanto è grande la "famiglia" Ital-Uil?

R. La nostra è una grande famiglia allargata ed è proprio appropriata la

definizione di famiglia per il grande senso di appartenenza dei nostri

operatori.

Abbiamo una situazione in costante evoluzione poiché ogni anno si

aggiungono nuovi uffici e nuovi operatori sia in Italia che all'estero.

Attualmente siamo presenti sul territorio nazionale in tutte le regioni con

sedi di coordinamento e in tutte le 107 province con uffici provinciali, a

cui si aggiungono 411 sedi di zona e 1.155 recapiti. All'estero siamo

presenti in 17 Stati per un totale di 130 sedi a cui si aggiungono circa

400 recapiti.

Per ciò che riguarda gli operatori superiamo abbondantemente le 800 unità a

cui si aggiungono collaboratori, medici e legali convenzionati per un

totale di oltre 900 unità.

Voglio però sottolineare che le cifre, sia pure importanti, non sono tutto.

Certo, siamo orgogliosi dei nostri numeri, ma lo siamo soprattutto della

nostra qualità che è espressa dagli operatori e dai collaboratori.

All'estero contiamo su una rete di uffici che si radica ove risiedono le

comunità italiane e questo, nelle recenti elezioni dei Comites e del Cgie è

stato evidente, con i positivi risultati che hanno visto protagonisti molti

operatori dell'Ital.

 

D. Quali sono i compiti più importanti che devono ancora compiere i

patronati oggi e nel futuro?

R. Detto così, mi verrebbe da rispondere che i patronati fanno già tutto

ciò che è sociale. Il nostro problema è che gran parte della nostra

attività non è molto visibile. Purtroppo veniamo giudicati solo dalle

pratiche statisticamente rilevate secondo i parametri del Ministero del

Lavoro. Ma tutta l'attività di consulenza e di assistenza che noi diamo

quotidianamente ai cittadini, quella non è statisticabile, quindi, rimane

invisibile. Questo però non significa che siccome non ci dà "punti", noi

non la facciamo. È un dovere fare e continueremo a farla.

Continueremo sempre di più ad assolvere quel ruolo di attore sociale che

già le leggi ci assegnano. Parlo della legge di riforma dei patronati e di

quella di riforma dell'assistenza sociale. In Italia e all'estero siamo

impegnati nelle situazioni locali e per la difesa e il godimento dei

diritti di cittadinanza, anche in relazione alle centinaia di migliaia di

domande di riacquisto della cittadinanza. Tutto ciò comporta progettare

interventi nel sociale, nel territorio, più vicini ai bisogni dei cittadini

e delle famiglie.

 

D. Come mai i patronati all'estero sono ancora uno strumento fondamentale

per i nostri connazionali?

R. Innanzitutto perché siamo presenti laddove c'è una comunità italiana e

perché i nostri uffici rappresentano per loro un momento importante di

raccordo con il loro paese. Inoltre siamo maggiormente presenti rispetto

alle rappresentanze diplomatiche e consolari e questo è facilmente

comprovabile. Ciò comporta che, sulla base delle nostre possibilità,

forniamo ai nostri connazionali un'assistenza e un aiuto a tutto campo che

è da loro apprezzata e considerata tuttora insostituibile.

 

D. Quali sono i servizi ai connazionali che maggiormente vengono offerti

dalle sedi Ital in Germania?

Accanto a questioni squisitamente pensionistiche i nostri uffici vengono

chiamati ad offrire una miriade di consulenze. Molto numerose sono le

pratiche legate ai sussidi sociali tedeschi, e quelle relative al mondo del

lavoro. Spesso i connazionali hanno difficoltà a districarsi nella

burocrazia tedesca. Negli ultimi anni, ad esempio, sono intervenute

molteplici riforme che hanno portato a cambiamenti radicali nelle

competenze e nelle strutture degli uffici tedeschi. Il nostro patronato

aiuta i connazionali ad ottenere con facilità quei diritti che spettano

loro dopo una vita di duro lavoro. L'Ital costituisce un punto di

riferimento fondamentale, in grado di fornire risposte concrete, puntuali e

aggiornate. In qualsiasi situazione di bisogno, siano questioni

previdenziali, sociali o lavorative, siano problemi italiani o esteri, il

cittadino italiano sa di potere contare su una struttura di patronato che

garantisce alta professionalità.

 

D. Nel corso delle settimane scorse i quotidiani nazionali riportavano la

probabilità che la Finanziaria prevedesse forti tagli ai patronati. Alcune

agenzie di stampa parlavano addirittura di dimezzare i fondi. Dai giornali

degli ultimi giorni invece non emerge più nulla sui patronati. Il pericolo

è scampato o è solo la quiete prima della tempesta?

R. Sono ormai anni che ciclicamente si ripetono attacchi violenti e

denigratori sulla vita e sull'attività dei patronati. Quando c'è da

raschiare il fondo del barile non ci si pensa due volte a mettere le mani

nelle tasche dei cittadini e in questo caso dei lavoratori.

Eppure i fondi che ricevono i patronati non derivano dall'Erario. Lo Stato

è soltanto il tesoriere dei contributi che vengono detratti dalle buste

paga dei singoli lavoratori (0,226 per cento) tramite gli enti

previdenziali. In caso di tagli quella piccola percentuale non rimarrebbe

nelle buste paga dei lavoratori, ma verrebbe convogliata per rimettere in

sesto le casse dello Stato e il cittadino si ritroverebbe comunque senza

soldi e senza un servizio gratuito. Il cittadino verrebbe privato di un

servizio che ha già pagato di tasca sua.

È bene sottolineare, poi, che il fondo patronati rappresenta un atto di

grande solidarietà dei lavoratori italiani verso tutti i cittadini in

Italia, e all'estero.

 

D. E il fatto che addirittura la Corte Costituzionale abbia ribadito (con

la sentenza 42/2000) l'importanza dei patronati, intesi come istituti di

pubblica utilità previsti dal dettato costituzionale non esime i patronati

da attacchi di varia natura?

R. La Corte costituzionale, con la sua sentenza ha ribadito una garanzia

costituzionale, scritta e voluta in Costituzione, riaffermando il ruolo e

la pubblica utilità degli istituti di patronato che, forse è bene

ricordare, sono presenti nella legislazione del nostro paese dal 1917, con

aggiornamenti di leggi, da ultima quella del 2001, cioè tre anni fa.

Sembra proprio che malgrado il dettato costituzionale e le leggi che si

sono succedute e quelle vigenti, ciò non sia sufficiente ad evitare

attacchi scorretti che non tengono conto neanche delle ispezioni che ogni

anno vengono effettuate nei nostri uffici dal ministero del Lavoro e delle

politiche sociali.

 

D. Finanziaria permettendo, quali sono le prospettive di sviluppo

dell'Ital-Uil in Germania?

R. In questi ultimi anni in Germania abbiamo prodotto un notevole sforzo,

investendo risorse economiche ed umane che oggi collocano l'Ital in una

posizione di primo piano come numero di sedi, di operatori e di attività.

Nella programmazione di breve e medio termine è previsto un ulteriore

ampliamento della rete di uffici e di operatori, così come di servizi

innovativi per fornire un'assistenza sempre più di qualità oltre che di

quantità. Ovviamente tutto ciò è condizionato dalle risorse finanziarie.

Penso che chiunque abbia diritto a certezze per programmare l'attività

quotidiana e il suo futuro. Noi, da almeno dieci anni, viviamo ciclicamente

l'incertezza per la riduzione o la soppressione dei mezzi a nostra

disposizione e ciò rende tutto particolarmente difficile.

Nonostante tutto noi guardiamo avanti, con coraggio e forti della

consapevolezza e delle manifestazioni che siamo, per i cittadini in Italia

e all'estero, un punto di riferimento.

Antonella Battaglia, "Italiani in Deutschland"

 

 

 

 

L’assalto scoordinato delle regioni alle collettività degli italiani all’estero

 

Iniziative e interventi di amministrazioni regionali ed enti locali di

tutta la Penisola per gli italiani all'estero si sono andati moltiplicando

negli ultimi anni. E il processo sembra oggigiorno in fase di rapido

acceleramento. A fare un calcolo approssimativo per difetto, si ha che la

spesa totale di commissioni, convegni, conferenze, delegazioni, missioni di

studio, incontri, trasferte esplorative, consultazioni, consulenze di

esperti e relativo supporto burocratico di Regioni, Province e Comuni

assomma a dieci volte il bilancio dello Stato centrale per lo stesso

settore. Qui la "devolution" ha scavalcato la prassi istituzionale, ha

anticipato i tempi, non ha più bisogno del passaggio parlamentare delle

riforme di matrice leghista, è rodata e funziona a pieno regime. Al punto

che questo tipo di visite all'estero non viene neppure segnalato, o

addirittura viene segnalato nel giorno di partenza, al Ministero degli

Esteri, cosicché non passa settimana che un ambasciatore o un console in

qualche parte del mondo non debba affrontare frotte di ignoti "pellegrini

ufficiali"

E' un bene che entità amministrative territoriali rafforzino i legami con i

propri cittadini espatriati e i loro figli e nipoti. Però un minimo di

moderazione quantitativa e di coordinamento per operazioni che dopotutto

sono in un modo o in un altro a carico della cassa pubblica è

indispensabile e dovrebbe essere prioritariamente oggetto appunto di quel

Coordinamento interregionale rimasto a tutti gli effetti sulla carta.

Perché un bene non scada nel male, un'opportunità in un danno, la buona

volontà in una serie di errori.

  Giusto operare dalla base di partenza in favore di propri corregionali o

compaesani emigrati. Sbagliato sbarcare in un lontano Paese a fitte ondate

di consiglieri e assessori regionali, provinciali, comunali, con programmi

che si sovrappongono al punto da disorientare autorità e collettività e

fare sbottare il premier di uno Stato australiano nell'imperativo "Io di

queste missioni italiane non ne voglio incontrare più".

  Giusto rendersi conto di persona delle situazioni e delle esigenze delle

collettività di propri conterranei all'estero. Sbagliato per drappelli di

rappresentanti, e codazzi al seguito, di Regioni, Province e Comuni grandi

e piccoli, quando sarebbe stato più utile destinare una frazione dei costi

di tali missioni a qualche letto in più in case di cura o di riposo per

emigrati anziani e malati, totalmente dimenticati dalle patrie istituzioni.

Giusto esplorare e saggiare le potenzialità di mercati esteri a forte

presenza italiana. Sbagliato lasciare intendere che una missione "toccata e

fuga" con quattro bottiglie d'olio o di vino o qualche campionario di

formaggi e dolciumi, senza lasciare indietro lo straccio di un punto di

riferimento, abbia fatto il miracolo dei grandi affari.

Giusto ideare ed offrire nuovi servizi alle collettività all'estero.

Sbagliato bruciare cumuli di denaro pubblico, nazionale o

comunitario-europeo, per fumosi e fantasiosi progetti di "scambi" (d'ogni

genere e di genere indefinito) o fasulli corsi di formazione professionale.

Giusto (e bello) raggiungere intese di scambi fra istituzioni scolastiche e

di gemellaggio fra città, paesi e villaggi sulle opposte facce della Terra.

Sbagliato giustificare trasferte intercontinentali con torrenti di oratoria

d'occasione e impegni che lasciano il tempo che trovano o al massimo

documenti ingialliti e firme sbiadite.

Si potrebbe continuare ad elencare gli esempi del bene e del male che

Regioni ed enti locali possono fare nei loro rapporti con le collettività

all'estero. Ma in fondo una cosa appare e utile e necessaria: maggior senso

di misura, responsabilità, realismo. E aggancio ai concetti della

centralità dello Stato, dell'unità nazionale, della complementarietà fra le

azioni dei vari comparti amministrativi dello stesso popolo. E ancora una

volta coordinamento, coordinamento, coordinamento. Senza del quale si

rischiano il caos, la frustrazione, la delusione delle aspettative, la

perdita di credibilità e fiducia, lo spreco di energie e risorse.

Nino Randazzo, Il Globo/La Fiamma

 

 

 

 

Le barche di Salerno attraccano a Düsseldorf. La partecipazione italiana alla fiera navale

 

I cantieri della provincia campana parteciperanno alla 36esima edizione del Boot, la più importante fiera mondiale dedicata all'industria nautica, dal 15 al 23 gennaio

 

Düsseldorf – Da Salerno a Düsseldorf in barca: è quello che faranno i cantieri salernitani, che, per il quarto anno consecutivo, porteranno i loro scafi migliori al Boot di Düsseldorf, una delle più grandi fiere mondiali del settore navale, che si terrà dal 15 al 23 gennaio 2005.

 

Non è ancora definito il numero di aziende che farà parte della collettiva della provincia campana, guidata dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura (CCIAA) di Salerno, anche se il numero dovrebbe essere simile a quelle delle passate edizioni - fanno sapere dall'Ufficio Stampa della CCIAA campana -, ovvero tra le 5/6 adesioni; c'è comunque ancora spazio per iscriversi.

 

La 36esima edizione del 36th dell'International Boat Show di Düsseldorf, che si svolge presso l'Exhibition Centre cittadino, è ormai considerata la Fiera numero 1 al mondo per quanto riguarda l'industria nautica: l'anno scorso ha visto la partecipazione di più di 300.000 persone, provenienti da 60 paesi, e la presenza in fiera di 1650 operatori.

 

I dati raccolti nell'edizione passata testimoniano che per il 60% degli espositori la presenza in Fiera si è rivelata un successo commerciale e quasi l'80% riteneva di poter stipulare buoni affari nel periodo post fiera. "Organizzare la partecipazione a questo evento è sicuramente complicato e costoso - confermano dall'Ufficio Mostre e Fiere - ma se le imprese del nostro territorio ci tengono a partecipare è perché hanno riscontrato sempre esiti positivi".

 

Il distretto nautico della provincia di Salerno comprende una trentina di aziende, alcune delle quali si occupano anche di componentistica, ma a partecipare al Boo t saranno solo i piccoli cantieri, che producono barche fino a 7 metri, un segmento preciso, di nicchia, ben differente dagli imponenti cantieri di Genova, ma che ottiene ottimi riscontri commerciali anche a livello europeo. Nip

 

 

 

Flussi d’ingresso in Italia per il 2004 e norme antidiscriminazione

 

Sulla Gazzetta Ufficiale del 16 novembre 2004 è stato

pubblicato il Decreto del Presidente del Consiglio dei

Ministri dell'8 ottobre 2004 recante la programmazione dei

flussi di ingresso dei lavoratori cittadini dei nuovi Stati

membri della UE nel territorio dello Stato, per l'anno 2004.

Il DPCM stabilisce che per l'anno 2004 sono ammessi in Italia

per motivi di lavoro subordinato, in particolare per il lavoro

a carattere stagionale per il settore dell'agricoltura, 16.000

unità di lavoratori cittadini dei nuovi Stati membri dell'Unione

europea. La Direzione generale per l'immigrazione del Ministero

del Lavoro e delle Politiche Sociali ha inoltre emanato le

circolari n. 43 e 44 del 15 novembre 2004, relative alla

"Programmazione dei flussi di ingresso dei lavoratori cittadini

dei nuovi Stati membri della UE nel territorio dello Stato per

l'anno 2004" e ai "Flussi d'ingresso dei cittadini extracomunitari

per lavoro subordinato non stagionale programmati, relativamente

all'anno 2004, con il DPCM 19.12.2003; parziale redistribuzione

delle quote residue". Maggiori informazioni al sito

www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/flussi_2004/index.html

 

Negli ultimi venti anni l'Italia da paese di emigrazione si

è trasformata in un paese meta di immigrazione. La nostra

storia e la nostra stessa esperienza di emigrazione, tuttavia,

dovrebbero costituire un punto di vista fondamentale per

capire cosa significa l'accoglienza degli immigrati e la

loro integrazione nella vita civile e politica del paese.

A questo forte mutamento sociale, il Governo - in attuazione

della direttiva comunitaria n. 2000/43 CE - ha risposto con

il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 costituendo un

apposito "Ufficio per la promozione della parità di trattamento

e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o

sull'origine etnica" nell'ambito del Dipartimento per le Pari

Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E'

stato così creato un organismo ad hoc la cui missione è quella

di formare un presidio di garanzia nonché un punto di riferimento

istituzionale per il controllo dell'operatività degli strumenti

di tutela. Tutto ciò con l'obiettivo di porre le condizioni

concrete per realizzare efficaci politiche di integrazione che

garantiscano una convivenza pacifica improntata tanto alla

tutela dei diritti inviolabili dell'uomo quanto al rispetto

della nostra cultura. Per ulteriori informazioni vedere il sito

www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/unar/index.html. (de.it.press)

 

 

 

 

Dicembre benefico per il ristorante Deiana di Oberursel

 

Oberursel – Sarà un dicembre benefico quello che attende il ristorante Deiana di Oberursel in Germania. Le prime tre domeniche del mese, infatti, vedranno l'organizzazione di degustazioni alimentari e vinicole che contribuiranno a raccogliere fondi per la locale associazione per la cura del tumore al seno. "Come ormai da tradizione decennale – spiega uno dei titolari, Antonio Deiana –  dedichiamo le settimane prima di Natale alla solidarietà". Il 10% dell'incasso di tutte le degustazioni andrà in beneficenza e per "accrescere il successo dell'iniziativa abbiamo svolto un'operazione di mailing con tutti i nostri clienti storici e trovato l'accordo con un importatore italiano di vini qui in Germania, Giovo, che ci fornirà le bottiglie a prezzo di costo per aumentare l'incasso".

 

Gestito dai fratelli Antonio e Carmelo Deiana, il locale dispone di circa 30 coperti e punta al tutto esaurito per le degustazioni in programma. Il menù presenterà specialità natalizie della gastronomia italiana e alcune pregiate etichette di vino: "Sarà un'occasione per consolidare il rapporto con i vecchi clienti e per accogliere in modo speciale i nuovi" prosegue il titolare.

 

Il successo auspicato dell'iniziativa benefica servirà anche a risollevare un anno difficile per il ristorante italiano. Le nuove leggi fiscali, oltre ai rincari seguiti al potenziamento dell'euro, hanno fatto scendere gli incassi e la frequenza delle cene aziendali, portando i gestori e gli chef ha importare ingredienti di minor costo per rimanere nei costi . Ma la qualità del menù non è diminuita perché, come dice Deiana, "anche con una semplice acciuga si può fare un grande piatto". Nip

 

 

 

Il vertice del disaccordo

 

di Lucia Annunziata

 

Le Conferenze internazionali hanno una lunga tradizione di inutilità. Ad esempio, proprio a Sharm el-Sheikh nel 2000 si tenne l’ultima riunione sul Medio Oriente da un Clinton in affannosa rincorsa, sotto elezioni, di un accordo fra israeliani e palestinesi. Sfociò nella Commissione Mitchell, famosa per aver prodotto un solo rapporto e seppellita dalla seconda Intifada.

 

Per quel che riguarda il destino dell’incontro di stamattina, poche indicazioni sono più chiare del fatto che l’America vi è rappresentata da un Segretario di Stato bruscamente sfrattato dal suo posto per mancata coerenza con la sua stessa amministrazione. Certo, si può dire che nelle alte sfere di un Paese la rappresentanza rimane indipendentemente dalle persone, ma in questo caso l’avvicendamento fra Powell e la Rice non è avvenuto nel segno della continuità bensì del dissenso. Quale linea dunque va a rappresentare Powell, a chi manderà i suoi rapporti, che tecnicamente non avrà neppure il tempo di redigere? E’ difficile pensare che se Condoleezza avesse davvero tenuto a questo incontro non avrebbe fatto in modo di esserci. La presenza di un Segretario di Stato scaduto dà dunque al vertice un segno fortemente negativo, che per i Paesi partecipanti è al limite della beffa.

 

D’altra parte la Conferenza è essa stessa un appuntamento occasionale, nata com’è non da un progetto, ma da una serie incatenata di calcoli elettorali. L’idea venne lanciata dal premier iracheno Allawi tre mesi fa, nel corso di un tour diplomatico per rendere accettabile la sua elezione e conquistare consensi internazionali per le prossime elezioni del 30 gennaio. Venne poi in fretta e furia abbracciata da Colin Powell nella coda della campagna elettorale americana per aiutare il Presidente sul fronte degli scontenti. E venne subito accettata da Europa, Russia e Cina nella segreta convinzione che avrebbe vinto Kerry.

 

Invece ha vinto Bush e nel famoso resort turistico egiziano ognuno arriva con le rogne di sempre, un po’ peggiorate: i francesi, per fare un dispetto agli americani, hanno chiesto la partecipazione di gruppi della resistenza - gli è stato risposto di no, naturalmente; l’Onu cui dovrebbe essere dato il ruolo di gestore delle elezioni del 30 gennaio in Iraq, non ha comunque sciolto la sua riserva sul ritorno del proprio personale nel Paese; gli iraniani hanno rifiutato un «bilaterale» con Powell (tanto è facile sparare su un’anatra zoppa); Russia e Cina si tengono sulla loro linea di rifiuto a farsi coinvolgere. L’unica nota positiva prima della Conferenza è, a guardarla bene, positiva solo a metà: la riunione del Club di Parigi che tre giorni fa ha deciso di cancellare il debito estero dell’Iraq, ha legato questa operazione a un programma economico del Fondo Monetario, mentre gli americani chiedevano un semplice colpo di spugna. Un Paese ricco di petrolio, è stato l’argomento soprattutto francese, non può avere facilitazioni pensate per i Paesi sottosviluppati. Sempre sul fronte economico, è molto improbabile che l’appello a riprendere lo sforzo di assistenza economica all’Iraq venga ascoltato: intanto perché la crisi nei Paesi donatori si fa sentire, e poi perché – realisticamente - tanto vale che essi trattino gli aiuti con il nuovo gabinetto americano al completo e il nuovo governo iracheno che uscirà dalle elezioni di gennaio.

 

Cosa resta dunque della Conferenza? Il sedersi insieme, il riunirsi sotto uno stesso tetto di Paesi in profondo contrasto. Un gesto che comunque lancia - mediaticamente, se non sostanzialmente - le elezioni prossime irachene sotto una copertura internazionale. Ma la sostanza del contendere rimane ferma. L’unica vera decisione che avrebbe dovuto scaturire da questa conferenza era l’annuncio dei tempi di un ritiro delle truppe Usa e britanniche. Ma le due nazioni hanno rifiutato di inserire nella mozione finale date precise, e in assenza di questo impegno, le relazioni internazionali rimangono al momento quello che sono.  Ls 23

 

 

 

 

Ucraina, il Parlamento si spacca le città scendono in piazza

 

Continuano le manifestazioni dei sostenitori di Yushchenko - Irregolarità denunciate anche dagli osservatori internazionali - Centomila a Kiev e a Leopoli. Sospesa l'attività della Borsa - I deputati dell'opposizione proclamano presidente il loro leader

 

KIEV - I deputati dell'opposizione riuniti nela seduta straordinaria del Parlamento di Kiev, hanno proclamato il loro candidato Viktor Yushchenko vincitore delle presidenziali in Ucraina. Ufficialmente, il ballottaggio che si è svolto ieri l'altro ha invece premiato il primo ministro filo-russo Viktor Yanukovich, legato al presidente uscente Leonid Kuchma.

 

La crisi nello stato dell'ex Unione sovietiva è grave: alcuni osservatori sostengono che in Ucraina la situazione sfiora la guerra civile.

 

Da due giorni, circa centomila dimostranti sono radunati nella principale piazza di Kiev per manifestare a favore di Viktor Yushchenko, il candidato dell'opposizione liberale e filo-occidentale che rivendica la vittoria delle presidenziali. La commissione elettorale ha assegnato la vittoria elettorale invece al primo ministro in carica Viktor Yanukovich, appoggiato apertamente dal Cremlino.

 

Altri centomila dimostranti sono scesi nella strade di Leopoli, città dell'Ucraina occidentale controllata dagli oppositori. La mobilitazione popolare punta allo stesso obiettivo: la proclamazione di Yushchenko come nuovo presidente della Repubblica ex sovietica.

 

Le agitazioni politiche e le proteste di piazza hanno portato ad una crisi di liquidità e ad un'instabilità dei prezzi che ha costretto la borsa di Kiev a sospendere le negoziazioni.

 

Davanti alla Dara, il parlamneto ucraino, migliaia di manifestanti scandiscono slogan a favore di Viktor Yushchenko e contro il Cremlino.

 

Brogli e irregolarità nelle operazioni di scrutinio sono stati denunciati anche dagli osservatori internazionali e perplessità sono state manifestate da parecchi Stati terzi. Il successo di Yanukovich è stato in pratica avallato soltanto da Mosca. Il ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer si è detto preoccupato per le gravi irregolarità che avrebbero caratterizzato il ballottaggio: "Vi sono dubbi fondati sui risultati ufficiali delle presidenziali. Chiediamo al governo ucraino di verificare il processo di scrutinio delle schede e di apportare le necessarie correzioni". Il senatore americano Ruchard Lugar, presidente della commissione esteri del senato, ha chiesto a Kuchma, presidente uscente, "di rivedere lo sforzo concertato e coatto di abusi e frodi elettorali e adottare azioni decisive nel migliore interesse del Paese".

 

Sfidando il freddo pungente la folla, che già ieri sera vi si era attardata per molte ore, ha pacificamente invaso Piazza dell'Indipendenza, nel cuore della capitale. I manifestanti sventolano bandiere con i colori nazionali, giallo e blu, oppure arancioni, emblema della campagna elettorale del capofila dell'opposizione. A ridosso di Piazza dell'Indipendenza sono per il momento rimaste le trecento tende allestite fin da ieri lungo Viale Khreschchatyk, la principale arteria elegante della città, dove la gente ha trovato riparo dal freddo e bevande calde.

 

Ad intervalli, i manifestanti in piazza scandiscono slogan a favore del candidato dell'opposizione. Le autorità hanno avvertito che ogni atto illegale sarà stroncato senza esitazioni.

 

Kuchma, il presidente uscente che ha retto l'Ucraina con pugno di ferro per un decennio, prima ancora della consultazione, aveva avvertito che nel paese non ci sarebbe stata alcuna "rivoluzione", ammonendo anzi che si sarebbe impegnato di persona per far rispettare l'ordine pubblico; i manifestanti dal canto loro hanno giurato di non ritirarsi finchè il presidente uscente non lascerà l'incarico.  Lr 23

 

 

 

I vicini dell’Iraq: basta violenze, alle elezioni

 

Baghdad: la comunità mondiale e il mondo arabo sono con noi - Alla Conferenza di Sharm el-Sheikh i Paesi confinanti si impegnano a fermare il transito di terroristi

 

SHARM EL-SHEIKH - Strette di mano e grandi sorrisi di fronte alle camere del Mövenpyck hotel. È stato ieri pomeriggio alle quattro e mezzo, dopo un ultimo incontro con il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit e il segretario della Lega Araba, Amr Mussa, che il ministro degli Esteri iracheno Hoshayar Zebari ha potuto finalmente segnalare a Bagdad che l'accordo era stato raggiunto. «Non ci saranno opposizioni alle elezioni. La comunità internazionale e il mondo arabo sono con noi», ha comunicato al premier Iyad Allawi.

 

Curioso balletto diplomatico qui nel luogo considerato il cuore delle vacanze esotiche a basso prezzo sul Mar Rosso, meta anche di tanti italiani alla ricerca del sole e degli scenari offerti dalla barriera corallina in pieno inverno. Ieri si è conclusa in modo più che soddisfacente la fase preparatoria del processo di legittimazione del governo Allawi (instaurato il 28 giugno) e soprattutto del progetto di transizione verso la democrazia. «Abbiamo raggiunto l'accordo per l'approvazione della dichiarazione finale», ha annunciato trionfante lo stesso Abul Gheit ai media egiziani. Poco dopo è stato lui a presiedere il primo incontro ufficiale del summit qui a Sharm el-Sheikh. Presenti Zebari e i colleghi dei 6 Paesi confinanti con l'Iraq: Kamal Kharrazi (Iran), Abdullah Gul (Turchia), Farouk al-Shara (Siria), Hani Mulki (Giordania), Saud al-Faisal (Arabia Saudita), Muhammad al-Sabah (Kuwait). Voci diplomatiche occidentali riportano che in quella sede c'è stata qualche nuova perplessità.

 

«Non è troppo presto tenere le elezioni il 30 gennaio? Non c'è il rischio di escludere i sunniti, specie dopo le tensioni generate dalle operazioni americane a Falluja?», hanno insistito da parte giordana e siriana. Domande sollevate anche più tardi, durante la cena allargata a tutti i partecipanti al summit. Presenti anche il segretario di Stato Usa Colin Powell, il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, Serghej Lavrov da Mosca, Xavier Solana per la diplomazia europea, i responsabili della diplomazia di Pechino, dei maggiori Paesi europei, del G8, i rappresentanti dell'Organizzazione per la conferenza islamica. C'è stato imbarazzo a tarda sera. Quando i portavoce dell'ambasciata americana al Cairo negavano che Powell si fosse seduto allo stesso tavolo con gli inviati siriano e iraniano. Mentre i portavoce egiziani giuravano che l'incontro c'era stato «come da protocollo». Ma nessuno ha messo davvero in dubbio i 14 punti del documento finale che verrà approvato ufficialmente oggi dopo due mesi di lavoro e le cui bozze sono già state diffuse negli ultimi giorni.

 

In sostanza si accetta la legalità del governo Allawi, che aveva già ottenuto un importante riconoscimento ancora prima della sua nascita, con la risoluzione Onu numero 1546 del 9 giugno scorso. Il documento apre le porte a una massiccia presenza delle Nazioni Unite in Iraq. Ma non specifica i tempi e le modalità. Insiste sull'opportunità delle elezioni al più presto a sulla necessità della formulazione di una nuova costituzione mirata alla nascita di un «governo eletto in modo democratico entro la fine del 2005». Restano marginalizzati gli sforzi di Francia, Russia, Germania e Cina per il riconoscimento politico di alcuni esponenti delle forze della guerriglia in Iraq e sulla richiesta di specificare la data del ritiro del contingente militare multinazionale guidato dagli americani. Il documento non va oltre un generico appello alla normalizzazione che avvicini la cessazione del mandato della forza multinazionale.

Ma la critica araba alle operazioni militari americane a Falluja resta dura. «Azioni di questo genere vanno evitate a tutti i costi. L'Iraq non si può pacificare con la guerra», ha ribadito Amr Mussa. Nello stesso momento Allawi da Bagdad ribadiva che «proprio grazie all'attacco contro i covi del terrorismo è possibile preparare la strada delle elezioni e della democrazia».

 

Dichiarazioni che rivelano un'altra delle critiche più gravi da parte irachena e statunitense ad alcuni dei Paesi della regione, specie Iran e Siria: l'accusa di aver permesso e in alcuni casi fomentato l'entrata in Iraq di elementi armati con l’obiettivo di destabilizzare il dopoguerra. «Dov’erano i nostri vicini quando avevamo bisogno di loro?», ha detto Allawi, ribadendo però di essere pronto a collaborare.

Lorenzo Cremonesi cds 23

 

 

 

Iraq. Si voterà a gennaio, ma tutti sono scettici

 

di ERIC SALERNO

 

Sharm el Sheik – Gli incontri sono a porte chiuse, le telecamere invitate soltanto a trasmettere le immagini sterili dei partecipanti con le loro bandierine sui tavoli e i saluti formali, ma i contrasti e le divisioni non si possono nascondere. E nemmeno le preoccupazioni. Negli alberghi condivisi da villeggianti e delegati, uomini abbronzati in costume da bagno, donne in copricostume sopra le ginocchia, si mischiano agli uomini della sicurezza egiziani con i loro cani messi ad annusare le valigie dei delegati, e osservano incuriositi questo spettacolo incerto. Qualcuno si avvicina alle telecamere, ascolta le interviste, sente parole non sempre caute di dissenso. Le sottigliezze dei giochi diplomatici non sono facili per i non addetti. Il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit è apparso soddisfatto ieri sera nell’annunciare l’accordo sulla bozza di risoluzione finale raggiunto dai paesi confinanti con l’Iraq dopo la prima riunione di questa conferenza in riva al mar Rosso. Mubarak, che accettò di ospitare l’incontro, non vuole certo un fallimento del vertice ma, come ha detto il capo della diplomazia del Cairo, le elezioni in Iraq non sono una certezza. La conferenza internazionale viene sbandierata come la prima riunione ad alto livello dalla fine della guerra in Iraq ma tutti, qui, compresi i villeggianti russi, egiziani, italiani, olandesi, tedeschi, per citarne soltanto alcuni, sanno bene che la guerra non è finita. Che la pace è ancora distante. Per non parlare, poi, di “democratizzazione” del grande e complesso paese arabo.

«Dobbiamo consolidare il sostegno internazionale al processo politico, al di là delle passate divisioni, e passare a un nuovo livello», ha commentato l’ambasciatore iracheno all’Onu Samir Sumaidaie appena arrivato. Non ha voluto rispondere ai timori degli egiziani, alle notizie che sunniti e curdi minacciano di boicottare il voto perché, dicono, non esistono le condizioni di sicurezza, la popolazione irachena tutta ha paura delle azioni preannunciate dalla guerriglia per impedire le elezioni. Non ha voluto rispondere alle accuse dei gruppi dell’opposizione irachena, non invitati alla conferenza, che parlano di «genocidio del popolo iracheno» ad opera degli «invasori americani» pur affermando, in un messaggio inviato a Sharm el Sheik, il loro pieno sostegno di principio a elezioni libere.

L’incontro di ieri pomeriggio è servito a ottenere l’impegno dei paesi confinanti con l’Iraq a impedire il passaggio di guerriglieri e oppositori che seminano morte e caos nel paese e a raggiungere il consenso, più fittizio che reale, attorno alla risoluzione finale. Alcune parole sono state cambiate. L’Iran, ad esempio, ha ottenuto che si parlasse di «violenza» al posto di «terrorismo». Ci sarà alla fine del mese a Teheran una nuova riunione a livello di ministri degli Interni dei paesi confinanti con l’Iraq per concordare una strategia comune. C’è chi sostiene che non sarà facile, visto che il premier ad interim Allawi continua ad accusare Iran e Siria di facilitare il passaggio di chi si oppone con la violenza al governo provvisorio. C’è anche chi, però, guarda con un certo ottimismo ai cambiamenti in atto in Medio Oriente, con l’Iran che si avvicina all’Occidente, accetta le sollecitazioni europee e annuncia proprio ieri la sospensione «per tre mesi, come prova» dell’arricchimento d’uranio, e la Siria che invia segnali di disponibilità a riallacciare un dialogo con Washington e a firmare la pace con Israele, in cambio, naturalmente, delle alture del Golan occupate. «E’ necessaria una visione globale in questo momento», insisteva un diplomatico francese, prima della cena di lavoro, allargata a tutti i partecipanti compreso Colin Powell appena arrivato da Israele-Palestina.

Questa mattina, dopo la riunione straordinaria del Quartetto per parlare d’Israele e Palestina, ci sarà la plenaria e l’approvazione del documento finale. Quattordici punti, molte parole, ma per l’Iraq resterà l’incertezza e lo scetticismo di buona parte dei partecipanti. Im 23

 

 

 

Afghanistan, liberi i tre ostaggi dell'Onu da un mese nelle mani degli estremisti

 

Dopo 27 giorni di sequestro, sono stati liberati e stanno bene i tre impiegati delle Nazioni Unite rapiti a Kabul. La nordirlandese Annetta Flanigan, la kosovara Shqipe Hebibi e il filippino Angelito Nayan, dipendenti Onu che collaboravano con la Commissione elettorale afghana, erano stati sequestrati a Kabul il 28 ottobre scorso. «Sono stati rilasciati», ha dichiarato il portavoce dell'Onu Manoel de Almeida e Silva. «Sono a Kabul e si stanno sottoponendo a visite mediche».

I tre sono stati rilasciati all'alba e portati da un'equipe Onu in una base militare dove sono stati identificati e sottoposti ai primi esami clinici da cui risulta -ha reso noto un comunicato dell'Isaf (la Forza internazionale di assistenza e sicurezza in Afghanistan)- che «sono apparentemente in buone condizioni».

La liberazione è avvenuta nelle prime ore di stamane (alle 07:00 ora locale, piena notte in Italia) dopo che ieri soldati statunitensi e membri delle forze di sicurezza afghane avevano compiuto una retata nella parte occidentale di Kabul a caccia dei tre sequestrati, terminata con l'arresto di una decina d persone.

Per il loro rilascio, il gruppo estremistico che aveva rivendicato il sequestro, aveva chiesto il ritiro delle truppe straniere dall'Afghanistan e la liberazione dei prigionieri talebani nelle mani del governo afghano e di quello statunitense.

«Non è stato liberato nessun prigioniero (taleban), non è stata pagata nessuna somma di denaro, non è stata accettata nessuna richiesta», ha detto il ministro dell'interno afghano Alil Jalali in una conferenza stampa qualche ora dopo la liberazione dei tre ostaggi. Il capo del gruppo che li aveva rapiti ha detto che i tre funzionari sono stati liberati in cambio della liberazione di 24 detenuti vicini ai taleban.

Il filippino Angelino Nayan, la kosovara Shqipe Habibi e la nordirlandese Annetta Flanigan avevano seguito per conto delle Nazioni Unite lo spoglio dei voti nelle elezioni presidenziali afghane del 9 ottobre. L’U 23

 

 

 

Un battaglione dall’Italia. Intesa per una forza anfibia multinazionale

 

di ROMANO DAPAS

 

BRUXELLES - L’Europa della difesa ha messo ieri un importante punto al suo attivo. Sono stati varati 13 ”battle groups”, le unità tattiche multinazionali per missioni di reazione ultrarapida dispiegabili nell’arco di 5-10 giorni e forti ciascuna di circa 1500 uomini. L’Italia partecipa a tre ”battle groups”, uno dei quali sarà operativo già nella seconda metà del prossimo anno. «Siamo nel gruppo di testa dell’Europa della difesa e quella che all’inizio sembrava un’iniziativa di pochi Paesi vede invece la partecipazione entusiasta di un grandissimo numero di partner», ha dichiarato il ministro, Antonio Martino, al termine della riunione dei titolari Ue della Difesa. Oltre al reparto nazionale autonomo della forza di un battaglione che costituirà il suo primo ”battle group”, l’Italia ha firmato, ieri, un’intesa di cooperazione con la Slovenia e l’Ungheria ed un terzo accordo con la Spagna, la Grecia e il Portogallo per un’unità anfibia. Come si ricorderà, erano stati la Francia e il Regno Unito a dare l’esempio con la creazione di reparti comuni interforze addestrati per fronteggiare situazioni di crisi in un raggio di migliaia di chilometri. Nessuna sorpresa che il ministro della Difesa di Parigi, Michèle Alliot-Marie, abbia rivendicato il merito d’aver contribuito «ai rapidi passi avanti compiuti dall’Unione europea nel settore della difesa». La soddisfazione francese appare più che legittima alla luce della firma, avvenuta ieri, del Trattato relativo all’”eurocorpo” ed alla creazione di un Quartier generale con sede a Bruxelles. Embrione del futuro esercito europeo, l’”eurocorpo” è nato nel 1992 su iniziativa franco-tedesca ed ha visto aderirvi il Belgio, la Spagna e il Lussemburgo. Reparti dell’”eurocorpo” hanno partecipato alla Sfor, in Bosnia, ed alla Kfor, in Kosovo.

Tornando ai ”battle groups” europei, a quanto pare gli eventuali problemi di compatibilità con la Forza d’intervento rapida della Nato sono stati risolti senza drammi. I reparti Ue saranno «complementari e mutualmente rinforzabili» con quelli Nato ed attraverso «schemi di rotazione» sarà possibile ai gruppi tattici europei «partecipare ad entrambe le forze». Secondo il ministro della Difesa olandese, Henk Kamp, la realizzazione dei reparti di pronto intervento rappresenta «il principale obiettivo nel campo della difesa all’orizzonte del 2010» e i ”battle groups” costituiscono «la punta di diamante del rafforzamento delle capacità dell’Unione di reagire con forze coerenti, credibili e rapidamente dispiegabili sul terreno». Particolare interessante, i 25 partner Ue hanno confermato la loro disponibilità a forme di cooperazione militare coi Paesi che non sono membri dell’Unione e coi Paesi candidati all’adesione. Il generale italiano Rolando Mosca Moschini, presidente del Comitato militare europeo, si è detto sicuro che verrà messo a punto un meccanismo che consentirà di impiegare i ”battle groups” multinazionali anche nel caso in cui qualche Paese dovesse avere difficoltà costituzionali nell’invio dei suoi soldati. Im 23

 

 

 

Dio in politica? Distrugge la democrazia

 

di Maurizio VIroli

 

Siamo sicuri che le democrazie contemporanee in quanto istituzioni politiche debbano riscoprire il Dio cristiano e farne il fondamento delle scelte politiche dei governi? Questa idea pare guadagnare ogni giorno nuovi consensi, come emerge dal resoconto del dibattito tenutosi a Torino con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Gian Enrico Rusconi su cui ha riferito domenica Mario Baudino.

La necessità di tornare al linguaggio della virtù, del peccato e di Dio pare riposare sulla convinzione che contro le democrazie occidentali si erge il blocco monolitico dell'Islam che non distingue fra politica e religione e fonda quella su questa. Bisogna dunque che anche le democrazie ritrovino Dio per non essere schiacciate da tanto avversario.

 

Premetto che il rimprovero spesso rivolto ai laici di aver lasciato da parte il linguaggio della virtù e del dovere mi lascia del tutto indifferente. Ho sostenuto sempre (e ormai sono passati vent'anni da quando l'ho fatto per la prima volta) che la libertà politica non vive senza la virtù civile dei cittadini, che virtù vuol dire forza morale e forza militare, e che senza la pratica dei doveri i diritti rimangono pura aspirazione. Aggiungo che sono del tutto convinto che esiste un attacco terroristico contro la democrazia occidentale scatenato da forze radicali islamiche che mirano ad instaurare regimi teocratici.

Detto questo ritengo che riportare Dio dentro la sfera pubblica, come vogliono i neoconservatori americani, e i loro imitatori italiani, sia un modo di distruggere la democrazia, non il mezzo più efficace di salvarla dall'attacco dell'Islam. I neoconservatori dei due mondi hanno ragioni da vendere quando sostengono che le democrazie hanno bisogno di virtù per vincere contro i loro agguerriti nemici.

 

Dimenticano però che la virtù di cui hanno necessità è la virtù politica, ovvero, come insegnava il vecchio Montesquieu (e tanti altri prima di lui e dopo di lui) l'amore della patria, dell'uguaglianza repubblicana, del bene comune e della Costituzione che difende la libertà. L'opposto della virtù (in politica) non è il vizio, e neppure il peccato, ma la corruzione. La virtù politica è dunque una virtù che può averla chi crede nel Dio cristiano come chi non ci crede.

 

Che le democrazie riscoprano Dio conta poco al fine della virtù, a meno che non si voglia sostenere che le democrazie devono riscoprire un Dio che comanda di amare la libertà, di servire il bene pubblico, di combattere con tutte le forze la corruzione politica, la tirannide, il potere arbitrario e l'intolleranza religiosa, come era appunto il Dio dei puritani inglesi e americani del Seicento e del Settecento (e anche più oltre). In questo caso bisogna aggiungere una qualificazione importante, e i neoconservatori, almeno quelli autentici (americani) non sono affatto disposti a questo passo.

 

Anche ammesso che la democrazia abbia bisogno di riscoprire Dio e metterlo al centro della sfera pubblica, non viene in mente ai neoconservatori che una cosa è riscoprire Dio per libera scelta, un'altra riscoprirlo o scoprirlo perché lo Stato lo impone con varie forme di sanzioni? Nel primo caso la scoperta o riscoperta di Dio avrebbe effetto benefico per la democrazia; nel secondo avrebbe effetto malefico in quanto porterebbe soltanto ad un diffuso bigottismo. Ora, se si vuole vera fede bisogna che la religione si tenga lontana dal potere politico e che i suoi propugnatori la predichino unicamente con la forza della parola e dell'esempio. Il che vuol dire che la debolezza morale delle democrazie non si cura con iniezioni massicce di religione insegnata dallo Stato, ma con l'educazione alla fede democratica per chi crede in Dio e chi non crede in Dio.

 

La democrazia occidentale, con gli USA in prima fila, ha vinto nel secolo scorso due tremende sfide, la prima contro il totalitarismo nazista e fascista, la seconda contro il totalitarismo comunista, nemici che non avevano nulla da invidiare in quanto a coesione e devozione all'Islam. A nessuno dei neoconservatori viene in mente che gli Stati Uniti vinsero quelle sfide anche perché non diventarono una democrazia e religiosa? Ls 23

 

 

 

Europa. I cattolici e la caccia agli eretici

 

di Enzo Mazzi, della Comunità dell’Isolotto di Firenze

 

Il cristianesimo discriminato in Europa? Il laicismo egemone?

Per quello che vedo e sento dal mio osservatorio della strada e della piazza, in mezzo alla gente, è vero che sono tanti quelli che si dicono laici in quanto credono di aver risolto il problema del senso della loro esistenza ignorando i temi religiosi, chiudendoli a chiave nei recessi bui del loro profondo e relegando la religione nella sfera privata di anime da confessionale o da lettino psicanalitico. Salvo poi inginocchiarsi anch'essi davanti ai simboli del potere ecclesiastico. Ma questo è solo un aspetto del problema del rapporto fra religione e società.

Ciò di cui si lamentano le gerarchie religiose va ben oltre l'asfissia del senso della vita. Attiene all'etica, alla cultura, alla politica e non ultimo alla economia. Vogliono potere. Non per interesse personale o di parte.

La loro convinzione è che lo richiede la salvezza dell'uomo e dell'umanità intera. Questo vale anche per le gerarchie cattoliche. Qui in Italia potremmo dire soprattutto per loro.

Il problema del cattolicesimo ufficiale è che non ha ancora elaborato il lutto rispetto alla perdita del “controllo totale”, cioè del potere totalizzante e universalistico in senso imperiale, potere che è stato la sua natura intima fin dalla nascita e la sua forza in millecinquecento anni di storia.

Cattolico infatti significa letteralmente universale ma storicamente il suo senso preciso è derivato dall'universalismo imperiale. Non era cattolico il cristianesimo dei primi due secoli. All'inizio non era neppure propriamente una religione. Diventa “religione della società” quando entra in simbiosi con l'universalismo dell'Impero e si trasforma così in religione essa stessa universale, cioè cattolica. La politica di simbiosi iniziata da Costantino fu compiuta come si sa da Teodosio che proclamò nell'editto del 380 la religione cristiana religione dell'Impero: “Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che l'apostolo Pietro ha insegnato ai Romani … Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico; gli altri invece saranno stolti ed eretici … essi incorreranno nei castighi divini e anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro”.

La scelta dell'universalismo imperiale non fu indolore. Creò una profonda spaccatura interna al cristianesimo. E fu una spaccatura verticale. Gli strati del cristianesimo più lontani dal centro imperiale ed ecclesiale e socialmente più umili, in particolare i contadini poveri della Chiesa africana, insieme ad alcuni loro episcopi, percepirono una tale alleanza fra la Chiesa e l'Impero come un tradimento del profetismo evangelico. L'eresia più importante fu il Donatismo.

I donatisti, ma anche altre eresie analoghe, riuscirono a dare profondo contenuto teologico alla loro rivolta sociale e morale. I fatti sono noti ma vale la pena riassumerli perché come dirò sono di un'attualità sconcertante. I proprietari terrieri dell'Africa proconsolare e della Numidia utilizzarono la persecuzione dioclezianea per terrorizzare, torturare, umiliare e reprimere i propri contadini. Mentre alcuni presbiteri e episcopi accettarono la sorte atroce dei contadini, la maggior parte di loro e specialmente i più importanti lasciarono soli i fedeli, abiurarono, si salvarono, e soprattutto mantennero il loro potere, anzi lo ampliarono orientando sempre più la Chiesa verso il compromesso con l'Impero.

Mensurio, vescovo di Cartagine, fu uno dei “traditori”. Quando morì di morte naturale fu eletto al posto di lui il suo collaboratore Ceciliano consacrato dal vescovo Felice, anch'egli però “traditore”. Una parte notevole della Chiesa africana, quella rurale, la più povera e angariata, non ritenne valida una tale consacrazione e al posto di Ceciliano elesse vescovo di Cartagine Donato. Ma così il donatismo scardinava uno dei pilastri della dottrina cattolica: il valore assoluto della successione apostolica in sé, da vescovo a vescovo, senza passare attraverso le relazioni circolari e territoriali della ecclesia. Più a fondo, veniva contestata la organizzazione verticista della Chiesa e il suo universalismo imperiale. La Chiesa dell'amore condiviso, fondata sulle relazioni legate alla vita e al territorio si opponeva alla Chiesa del potere, dell'universalità astratta e della legge senz'anima. Il donatismo animò la chiesa per tutto il quarto secolo. Subì una durissima repressione e infine su debellato. Perfino la sua memoria fu annullata. Passò agli annali solo come eresia localista, rigorista e intollerante verso le debolezze umane. Non che non avesse limiti, ma la sua teologia fu completamente distorta.

Finché giunse con i “padri della Chiesa” la definitiva consacrazione dell'universalismo imperiale: un solo Dio un solo impero una sola Chiesa universale.

Basta la citazione di S. Ambrogio vescovo di Milano nel VI sec.: “Tutti gli uomini hanno imparato, vivendo sotto un unico impero universale, a proclamare col linguaggio della fede l'impero dell'Onnipotente”. È la pietra tombale sul donatismo. Questo però divenne quella folata di vento dello Spirito o se si vuole quel fermento che ispirò molte delle grandi spinte di trasformazione della storia del cristianesimo.

A ben pensarci soffia anche oggi. Non certo nei modi, ma nella sostanza.

Ad esempio, di fronte a questo sconcertante riproporsi del cristianesimo come “religione civile” di una società strutturalmente violenta, la gran parte dei cattolici che partecipa al movimento pacifista ha capito e acquisito ormai lo spirito profondo della nonviolenza e quindi avverte il bisogno di superare la dipendenza strutturale, chiave di ogni violenza, e di tendere all'autonomia e alla responsabilità della coscienza (”come se Dio non ci fosse”) alimentata dalla rete delle relazioni, chiave della nonviolenza. E, come i donatisti, non si fermeranno all'autonomia nel campo politico, etico e sociale. Vogliono una Chiesa “altra”. La trasformazione profonda in senso nonviolento di tutte le strutture religiose, nessuna esclusa, simbologie, dogmi, ordinamenti, strutture di potere, è il traguardo che sta loro davanti.

Le comunità di base che da tempo hanno iniziato un tale percorso non sono affatto isolate come si vorrebbe far credere. Ora che “un mondo nuovo possibile” è tornato negli orizzonti e nei percorsi delle nuove generazioni, i cattolici inseriti nel movimento della pace sentiranno e già stanno avvertendo il bisogno di non far mancare il contributo della ricerca di “mondi spirituali, religiosi ed ecclesiali nuovi”, strutturalmente nonviolenti.

Di esempi è piena la cronaca. Il problema è che si tratta della cronaca minuta, quella che non ha titoloni e che sfugge all'opinione pubblica. Una curiosità: avete notato che il card. Karl Lemann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nella sua recente intervista a un quotidiano italiano, in cui peraltro concede molto alle posizioni ufficiali, non nomina mai le parole “cattolico - cattolicesimo”, ma sempre solo “cristiano - cristianesimo”, a differenza dell'altro cardinale un po' suo antagonista, tedesco anch'egli, Joseph Ratzingher, per il quale sembra che il solo vero cristianesimo sia quello cattolico? Sarà un caso? Non è certamente un caso invece che il Presidente della CEI, Ruini, indirizzi tutti i suoi sforzi per rinsaldare gli steccati dell'ovile. Segno che le palizzate vacillano. La ventata donatista, direi meglio il vento dello Spirito del Vangelo, soffia ancora. L’U 23

 

 

 

 

Torna Prodi: così il governo impoverisce il Paese

 

La proposta del Professore sulle tasse alla manifestazione dell’11 dicembre. Lunedì vertice della Gad  - di NINO BERTOLONI MELI

 

ROMA Torna Romano Prodi e a Silvio Berlusconi fischiano le orecchie. Torna il presidente Ue prorogato causa Buttiglione, ma questa volta con Bruxelles ha proprio chiuso. Torna in pieno nella politica italiana e fa capire subito che il ruolo di leader dell’opposizione è suo e intende esercitarlo a dovere. E che cosa meglio di un attacco sulle tasse, croce e delizia del dibattito politico del momento, per far capire i propri programmi e per contestare bacchettare demolire la madre di tutte le proposte politiche del premier? Senza mai citare il Cavaliere, Prodi smonta il ”piano tasse” dell’attuale inquilino di palazzo Chigi: «Io punto a una società dove non ci siano pochi ricchi che diventano sempre più ricchi, gli altri che impoveriscono e ristagnano e i poveri che diventano sempre più poveri». Un messaggio più che chiaro. Una rasoiata.

Prodi annuncia alcuni punti di un vero e proprio programma alternativo, frutto di sue riflessioni e del lavoro degli esperti del centrosinistra in materia (Bersani, Letta, Visco, Pinza) e che verrà presentato l’11 dicembre a Milano, giorno della manifestazione di tutta l’opposizione contro la manovra economica del governo. Per il Professore, altri sono i punti di attacco per una politica economica in grado di incidere. Spiega Prodi: «A me piace una società che consenta alle imprese di crescere e prosperare», e per questo ci vogliono «sostegno agli investimenti in ricerca, nuove tecnologie, nuovi materiali, grandi opere infrastrutturali, formazione, educazione, scuola». Gli chiedono poi (l’agenzia Bloomberg) un giudizio sugli errori di Berlusconi, il Professore prima quasi si schermisce («Preferisco non elencarli»), ma subito dopo fa partire la cannonata: «Il Paese si sta spegnendo in un grigiore crepuscolare».

Prodi torna e attacca il premier, ma deve anche riprendere a occuparsi delle agitate acque della sua coalizione. E’ sempre il tema delle regionali a tenere banco e a vedere Ds e Margherita sempre più ai ferri corti. «Se non volete più la lista unitaria ditelo e rinviamo tutto», punzecchiano i diessini all’indirizzo dei cugini margheriti. «Noi la lista la vogliamo fare in quei posti dove ci può far vincere», replicano a tono i cari alleati. Luciano Violante lancia l’aut aut: «O la regola generale è che si fa la lista oppure rinviamo». Paolo Gentiloni lo tallona: «Perché i Ds hanno deciso di mettere in soffitta il Listone?». «Fermatevi, ragioniamo, siamo ormai alle male parole», intigna Fabio Mussi capo dell’ex correntone, secondo il quale tutto questo dimostra come «non c’è spazio né per federazioni né per partiti riformisti». Dallo Sdi, il numero due Roberto Villetti avverte che «non c’è spazio per decisioni a metà». Spetterà a Prodi dipanare anche questa matassa: il vertice della Gad è previsto per gli inizi della prossima settimana, lunedì o martedì, scioperi permettendo, ma la questione è più di competenza della federazione che dovrebbe riunirsi a seguire. Arturo Parisi fa capire che la vicenda non appassiona più di tanto, «è ginnastica vuota, il dibattito è trasversale ai partiti e dentro ogni singolo partito, lasciamo perdere le esibizioni muscolari che non servono né alla Gad né a Prodi». E’ entrato nel frattempo in gioco il ”genio pontieri”. Discrete telefonate sono intercorse tra i dirigenti di Ds e Margherita («Come ne usciamo?») e si starebbe lavorando su un compromesso a due teste: stabilire una base numerica dove presentare il Listone (in pratica quelle poche regioni dove è già stato deciso di comune accordo) e, secondo, riconoscere pubblicamente che l’operazione in grande non si può fare, ma senza che qualcuno accusi qualcun altro del fallimento. Im 23

 

 

 

 

Emendamento "salva-Previti", la Cdl si spacca alla Camera

 

I sub-emendamenti alla legge sulla recidiva passano con i soli voti di An e Forza Italia - La norma approvata accorcia i tempi della prescrizione

 

ROMA - La norma cosiddetta "salva-Previti" spacca la Casa delle libertà. I subemendamenti alla proposta di legge sulla recidiva, presentati dal relatore Luigi Vitali di Forza Italia, sono passati con i soli voti di Alleanza Nazionale e FI. L'Udc infatti ha votato contro, e la Lega era assente. "Berlusconi - ha dichiarato polemicamente Vitali subito dopo il voto - ha inaugurato un nuovo corso: ricatti non ne accettiamo più da nessuno."

 

La Lega voterà contro. La Lega in Aula voterà contro i sub-emendamenti di Vitali. Lo rende noto la responsabile Giustizia del Carroccio, Carolina Lussana, ribadendo perplessità sulle proposte di modifica del relatore, e spiegando, così, come mai non ci fosse nessun esponente del Carroccio nel comitato dei nove che ha approvato gli emendamenti.

 

Udc contesta emendamenti. "Questi emendamenti aprono il varco ad una serie di possibili distorsioni del sistema e contraddicono lo spirito iniziale della proposta": questo il comnmento della responsabile Giustizia alla Camera dell'Udc, Erminia Mazzoni.

 

Le proposte di modifica. I sub-emendamenti di Vitali riducono la portata dell'emendamento di Enzo Fragalà (An, terzo relatore ad essersi dimesso, lo scorso 24 ottobre, dopo l'astensione dal voto di Lega e Udc), che prevedeva una drastica riduzione dei tempi di prescrizione per quasi tutti i reati. Nelle proposte di modifica, si prevede che tutti quelli che abbiano compiuto 70 anni, a meno che non siano stati dichiarati delinquenti abituali o professionali, non faranno più un solo giorno di carcere. Potranno scontare infatti la pena o nella propria abitazione o "in altro luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza".

 

Ma la vera novità dei sub-emendamenti di Vitali è che "in nessun caso la sospensione e l'interruzione della prescrizione, anche congiuntamente computate" potranno comportare "l'aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere". Significa, prevedendo questo tetto di non più di "un quarto del tempo della prescrizione", che basterà chiedere ed ottenere un solo rinvio o al massimo due perché il reato venga prescritto. Oggi infatti il calcolo della prescrizione viene fatto aumentando della metà il massimo della pena prevista per il reato. Vitali invece prevede che l'aumento non sia più di un quarto.

 

L'opposizione. "Tutto questo - spiega la responsabile Giustizia dei Democratici di sinistra, Anna Finocchiaro - significa che si allungheranno i tempi dei processi e che sarà una sorta di amnistia camuffata. Sorprende che abbiano appoggiato un simile provvedimento proprio quelle forze politiche che continuano a sostenere la necessità della certezza della pena e che da sempre si sono schierate contro l'amnistia". "E' una totale garanzia di impunità - sottolinea un altro esponente della Quercia, Giovanni Kessler - per chi riesce a difendersi dal processo dilatandone al massimo i tempi".

 

"Non capiamo davvero l'urgenza per questo tipo di intervento normativo - spiega la responsabile Giustizia dell'Udc Erminia Mazzoni - anche perché nutriamo perplessità non da poco. La nostra è una posizione più tecnica che politica, ma riteniamo che così facendo si apra un varco alla distorsione del sistema. Il nostro è un no complessivo sia all'emendamento di Fragalà, sia ai sub-emendamenti di Vitali". 

Lr 23

 

 

 

Berlusconi: la copertura per il taglio tasse c'è

 

Lettera al Foglio: «O si attua il programma o la parola al Paese»

Il premier replica a Fini e Follini: senza intesa nella Cdl si va al voto. Insorge l'Ulivo: «Affermazioni oltre il commentabile»

 

ROMA - «La copertura per le riduzioni fiscali c'è». Lo assicura il premier Silvio Berlusconi, che è intervenuto nel dibattito politico sulla riforma fiscale, replicando a Fini e Follini. Per il presidente del Consiglio, tuttavia, se all'interno della maggioranza non si troverà un'intesa il suo partito Forza Italia è pronto ad andare alle lezioni anticipate. «Se le imposte si riducono in modo consistente e visibile, la corsa continua. Altrimenti, la parola deve tornare agli italiani perché siano loro a decidere del proprio destino», insiste Berlusconi in una lettera inviata al quotidiano «Il Foglio» che sarà pubblicata martedì. «O si attua il programma fino in fondo oppure la missione è finita e la parola torna al Paese», spiega nella lettera-manifesto che il premier definisce «una postilla» al contratto con gli italiani firmato nelle celebre puntata di Porta a porta prima delle elezioni.

NO AI VOLTAFACCIA - «Il mio partito e io non siamo a disposizione per voltafaccia» aggiunge Berlusconi nella lettera al «Foglio», laddove rinnova l'intenzione di varare la riduzione delle tasse. «Attivare la leva fiscale è la politica di questo governo, concordata con la maggioranza che lo ha eletto e presentata nella massima chiarezza agli italiani e sottoscritta con parole inequivoche dai leader e dai candidati dei partiti della coalizione di governo», scrive il premier aggiungendo che è «impossibile anche solo pensare che a questo programma si possa rinunciare».

Fisco a parte, viene ribadita anche la volontà di modificare il patto di stabilità. «In Europa è fortissima la spinta a rivedere gli aspetti di vincolismo rigido del Trattato di Maastricht - osserva Berlusconi - quei fattori perversi che hanno incrementato il valore della nostra moneta oltre il necessario e artificialmente penalizzato la competitività delle nostre industrie e dei nostri servizi».

 

L'ULIVO: RINGRAZI L'EURO - «Berlusconi deve solo ringraziare Sant’Euro e andare ad accendergli ceri ogni giorno perché se non ci fosse stato l’euro oggi non sarebbe capo del governo». Lo afferma il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta, da Bruxelles, a commento delle anticipazioni della lettera del presidente del Consiglio al Foglio di Ferrara, secondo cui l’euro avrebbe reso l’economia «asfittica». Sulla stessa linea d'onda Pierluigi Bersani, responsabile econmico dei Ds. «Credo che ogni giorno che passa - osserva Bersani - questo ritorno alla fase rivoluzionaria di Berlusconi lo stia portando ad affermazioni che sono ormai oltre il commentabile».  Cds 23

 

 

 

 

"Gad e Fed, nomi da cartoon meglio chiamarci Alleanza"

 

La proposta di Francesco Rutelli per la coalizione di centrosinistra. "E per la federazione rilanciamo 'Ulivo'" - "Da tempo ho espresso le mie perplessità, il nostro elettorato si deve riconoscere in un appellativo che indichi un progetto" - di LUIGI CONTU

 

ROMA - "Il nostro elettorato deve potersi riconoscere in un nome che trasmetta l'idea di un progetto, che indichi la strada di un cambiamento, che evochi una speranza. Non possiamo certo accontentarci del primo appellativo che ci è stato affibbiato: troviamone uno tutti insieme con Romano Prodi perché Gad e Fed sono proprio indigeribili, sembrano quasi il nome del prossimo cartone di Disney". Francesco Rutelli è in partenza per la Cina, dove trascorrerà cinque giorni. Con una delegazione della Margherita composta da Lamberto Dini, Lapo Pistelli e Sergio Mattarella incontrerà alcuni esponenti del governo cinese. Prima di lasciare l'Italia Rutelli avanza alla coalizione di centrosinistra la richiesta di trovare al più presto un "marchio" in cui tutti possano identificarsi in vista delle prossime elezioni: e la sua proposta è che il nome sia "L'Alleanza", come sintesi di tutto lo schieramento e diminutivo di Gad.

 

"Su questo nomignolo - racconta prima di salire sull'aereo - ho espresso tutte le mie perplessità già dalla prima riunione, quando decidemmo di chiamarci Grande Alleanza Democratica. In quella occasione dissi che si trattava di una soluzione che poteva andare bene ma che essendo una sigla molto lunga, di ben venticinque battute, saremmo stati chiamati dalle tv e dai giornali con il termine Gad. Considerando poi che la federazione viene chiamata Fed, nomignolo che ricorda agli italiani più la banca centrale americana presieduta da Greenspan che il patto tra noi, i Ds e la Margherita, mi permetto di fare questa riflessione: cambiamo rotta prima che sia troppo tardi".

 

Per la federazione tra Ds, Margherita, Sdi e Repubblicani europei Rutelli propone che venga utilizzato e rilanciato il nome Ulivo: "Ha già funzionato, i nostri elettori gli sono affezionati anche perché è legato alla vittoria di Romano Prodi. Non lasciamolo cadere nel dimenticatoio: è una esperienza politica troppo importante e che va preservata con convinzione".

 

Il leader della Margherita si sofferma poi sul tema Gad. Rutelli pensa che la soluzione migliore sia, come si diceva, "L'Alleanza". "Con la elle e l'apostrofo", precisa. "Così come il centrodestra viene chiamato Polo, noi dobbiamo farci riconoscere dai militanti, dagli elettori e da tutti gli italiani che cercano una alternativa a questa sgangherata coalizione oggi al governo. Avviamo presto una riflessione comune, una consultazione tra le forze che hanno deciso di scendere in campo insieme per battere Berlusconi. E, con Prodi, decidiamo un nome credibile e convincente. Io ritengo che l'appellativo "L'Alleanza" possa rispondere a queste esigenze consentendoci anche di mantenere, per esteso, il termine Grande Alleanza Democratica. Ma naturalmente siamo disponibili ad ascoltare le proposte di tutti, a cominciare da quelle di Prodi. L'importante - sostiene Rutelli - è che si faccia presto". La preoccupazione del presidente della Margherita è che, "pur essendo vero che alle regionali sarà il nome del candidato presidente quello in cui si riconosceranno gli elettori, il tempo a nostra disposizione in vista della battaglia per il governo del paese non è poi tantissimo". Lr 23

 

 

 

 

Perché siamo agli ultimi posti in Europa. I conservatori della ricerca. Servono ricercatori più giovani

 

Lo studio della Fondazione Rosselli su ricerca e innovazione, illustrato sul Corriere di domenica scorsa, non fa giustizia dello stato della ricerca in Italia. E' possibile che la situazione sia tanto disperata che persino la Spagna sembri ormai irraggiungibile, ma non è vero che in Italia non esistano centri di ricerca e ricercatori eccellenti. Nel campo della matematica e della fisica la Scuola internazionale di studi avanzati di Trieste è uno dei luoghi migliori dell'Europa continentale; in alcune aree delle scienze mediche e biologiche l’Istituto Mario Negri e l’Istituto europeo di oncologia, sono essi pure tra i migliori d’Europa. Anche nella mia materia, l’economia politica, esistono centri di ricerca eccellenti, anche se sconosciuti ai più: uno dei migliori d'Europa ha sede presso l'Università di Salerno.

E tuttavia questi successi sono ottenuti non grazie a uno sforzo coerente per promuovere la ricerca, ma nonostante si faccia di tutto per ostacolarla. Si dice spesso che il problema è soprattutto la mancanza di finanziamenti. Nulla di più errato. Se ci confrontiamo ad esempio con la Gran Bretagna, un paese spesso ai primi posti nelle classifiche, la spesa per accademico (dati Ocse del 1999) era 139 mila dollari in Gran Bretagna, 167mila in Italia. La differenza sta nella produttività: il numero di citazioni per un milione di dollari spesi era, nel 1997, di 70,5 per un accademico britannico, di 34 per un italiano. Dare più finanziamenti a questo sistema servirebbe solo ad aumentare le rendite di cui godono le corporazioni della ricerca, con scarsi effetti sulla qualità e sulla produttività.

 

Il vero problema è quello del reclutamento: nelle università l'età media dei ricercatori - i più giovani nella gerarchia accademica - è di 50,6 anni e il 25% ha superato i 56 (si veda Reichlin e Lippi su www.lavoce.info). Il blocco delle assunzioni, che il governo si appresta a reiterare, è la morte della ricerca. La signora Thatcher svecchiò le università offrendo incentivi affinché chi aveva abbandonato gli studi si ritirasse. Perché si mandano in pensione anticipata i dipendenti della Fiat e non i professori? Solo perché costoro non stanno sul mercato e nessuno ne valuta la produttività, molti cioè vivono di rendita. Assumere nuovi ricercatori senza cambiare le regole avrebbe effetti altrettanto deleteri: l'anziano rentier accademico che va in pensione verrebbe sostituito non dal giovane più promettente, ma da quello che è stato più assiduo nel sostituirlo quando i suoi molti impegni non gli consentivano di tenere le lezioni. (Per l’economia si vedano i dati del Bollettino dei concorsi sul sito www.igier.unibocconi.it/perotti).

Anche le imprese chiedono più finanziamenti per la ricerca. Prima di spendere nuovi denari, sarebbe opportuno capire se funzionano, e quanto sono sinora costate, le iniziative avviate: Torino Wireless, Veneto Nanotecnologie, il distretto campano sui materiali polimerici, quello di Catania di microelettronica, l’ Hi-Mech in Emilia, il distretto sulla bioscienza a Milano, quello sull'Aerospazio a Castel Romano: come si vede non mancano le idee, ma forse i risultati.

Confindustria spesso lamenta la scarsa attenzione del governo per la ricerca: verrebbe da dire «Da quale pulpito!». I nostri imprenditori possiedono un’università, la Luiss: per le ultime due cattedre di economia assegnate da questa università non è stato scelto uno dei molti giovani italiani che insegnano negli Stati Uniti e rientrerebbero volentieri, bensì due professori molto vicini all’associazione ma non certo giovani ricercatori.   Francesco Giavazzi cds 23

 

 

 

 

I camorristi a Napoli vanno combattuti e non scarcerati

 

NAPOLI «Questa è una sfida. La sfida della camorra allo Stato italiano. E allora bisogna reagire. Occorrono risposte forti. Lo Stato deve riconquistare i quartieri oggi nelle mani dei boss. Ci vuole il polso fermo dello Stato democratico», dice Antonio Bassolino. Napoli, quartiere Bagnoli. Qui una volta c'era l'Italsider, «la fabbrica», oggi c'è la Città della Scienza. Sale convegni, mostre visitate da migliaia di persone, un pezzo di quella nuova città che vuole imporsi e crescere, nonostante la camorra, nonostante la nuova guerra di mafia.

I morti sono già a quota 114, Antonio Bassolino riunisce il Comitato tecnico scientifico della Regione per analizzare la camorra di oggi.

Ci sono politologi, storici, magistrati, imprenditori, sindacalisti. Il Presidente è allarmato. «I boss li dobbiamo stanare casa per casa, quartiere per quartiere, così come facemmo anni fa a Pazzigno...».

Maggio 1995, a Pazzigno, un quartiere della città, i boss avevano occupato case, trasformato gli appartamenti del dopoterremoto in raffinerie e depositi di droga.

«Con un poliziotto di cui ho un grande ricordo, Arnaldo La Barbera - racconta Bassolino - decidemmo di cacciarli. E ci riuscimmo». Polizia, carabinieri, prefettura e Comune: tutti uniti contro i camorristi. Mille uomini, 100 mezzi. Fu sfrattata anche la moglie di un temibile uomo di panza.

E oggi, Presidente Bassolino?

«Oggi lo Stato deve agire con durezza, si devono mettere in campo tutte le energie. Servono più uomini? Si mandino rinforzi a Napoli. Serve più intelligence? Si spostino i migliori investigatori qui. Servono più mezzi, più risorse, più soldi? Troviamoli. Insomma: lo Stato democratico usi il monopolio della forza».

Sta polemizzando con il ministro dell'Interno Pisanu?

«Ho polemizzato col ministro nei giorni scorsi perché si era rivolto ai cittadini senza dire che spetta innanzitutto alle istituzioni fare di più e meglio la propria parte. In queste settimane c'è stato un reciproco ascolto. Noi siamo pronti a fare la nostra parte governo centrale e Stato facciano la loro: solo così saremo tutti più credibili nei confronti dei napoletani».

Per affrontare una camorra che appare fortissima, Presidente.

«La camorra è sempre stata tante cose. La camorra è dentro la società, ha basi di massa e di reclutamento giovanile. Si nutre di un sistema di valori negativi, modelli di vita che parlano di violenza e sopraffazione, che sono un forte nutrimento nell'acquisizione di nuove forze».

Centoquattrodici omicidi dall'inizio dell'anno, una guerra. Presidente Napoli ostaggio della camorra?

«No, mi rifiuto di accettare questa sorta di condanna. Anche nel '97 e nel '98 ci fu una fortissima esplosione di omicidi, ma allora era diverso, perché in quegli anni si produsse a Napoli e in Campania un fatto straordinario, noi - intere generazioni di amministratori - mettemmo in campo un capitale politico etico e civile in una società debolissima. Le statistiche economiche erano disastrose, ma Napoli voleva correre come e più di Milano, Salerno come e più di Verona. Riuscimmo a mettere in campo virtù civiche. Ma attenzione: non esiste al mondo società che possa alimentarsi solo di spirito civico e tensione ideale, perché prima o poi non regge se non viene alimentata da novità economiche. Se oltre a cercare di educare il ragazzo dei quartieri non c'è crescita economica, finanziamenti, piani progetti, anche le virtù civiche muoiono».

Lei scarica sul governo responsabilità delle istituzioni napoletane...

«No, io sono un uomo delle istituzioni e dico sempre noi e Roma. Il Comune, la Regione, gli altri enti locali e il governo. Sento dire che a Napoli è cresciuto il senso di insicurezza, ma è il Paese intero che si sente meno sicuro, più povero. Abbiamo fatto la legge sul reddito di cittadinanza perché la povertà si contrasta con interventi decisi. Io sono un uomo di sinistra e il primo obiettivo di chiunque voglia dirsi di sinistra è contrastare la povertà. E lo abbiamo fatto in un Paese che non ha più politiche di welfare. Ecco: in una realtà come quella napoletana e campana ci hanno lasciati da soli a contrastare la povertà. Io voglio sapere come si conciliano i ragionamenti che si fanno sull'esigenza di contrastare la camorra sul piano sociale, avendo una Finanziaria che colpisce i comuni e l'intero Mezzogiorno sul fronte delicatissimo degli investimenti».

Può da solo il lavoro battere la camorra, quando uno spacciatore guadagna in un giorno quanto un operaio in un mese intero?

«Il lavoro, le politiche di sostegno ai redditi più bassi sono fondamentali. Ma io non mi illudo e non offro coperture a nessuno, neanche a quanti scelgono di stare con la camorra, perché so che ci sono migliaia di lavoratori sotto la soglia di povertà, che tirano avanti onestamente e che non scelgono di farsi arruolare dai boss».

La destra attacca lei e il sindaco Iervolino...

«Demagogia, pura demagogia. Parlamentari napoletani e uomini politici di centrodestra stanno assistendo in silenzio all'approvazione di una Finanziaria mortale per Napoli e per l'intero Sud. Non fanno la loro parte, non parlano, non difendono gli interessi dei napoletani».

Lei farebbe la stessa cosa se al governo ci fosse il centrosinistra.

«Io mi sto battendo perché il centrosinistra governi il Paese. Detto questo, se domani, quando a governare saranno altri, non ci saranno cambiamenti, la mia voce si sentirà. Statene certi. Già oggi, in questo momento, dico che Napoli ha bisogno di risorse straordinarie per vincere la sua battaglia. Ci sono pochi soldi? Il Paese è in crisi? Bene: il centrosinistra si assuma la responsabilità di proporre tagli in altri settori per restituire risorse a Napoli e alla Campania intera. Al governo chiedo qual è il progetto nazionale per il Mezzogiorno, cosa si pensa di fare, quali politiche si mettono in campo per questa enorme area metropolitana di Napoli, quali investimenti produttivi, materiali e immateriali, quali saperi, quali conoscenze».

Il morto ammazzato in pizzeria, i servizi tv su Secondigliano: è questa Napoli?

«Stampa e tv devono pubblicare queste immagini. Ci sono e basta, ma Napoli non è solo questo. Ci sono anche altre immagini, ci sono i morti, ma anche le cose positive. Napoli è una realtà complessa, non tutto è in mano alla camorra. Ci sono energie moderne, tante le forze che possono impegnarsi per una nuova rinascita».

Intanto, però, la camorra continua a seminare morti per strada.

«Ecco perché dico che lo Stato democratico italiano, così come accade in tutti i paesi democratici, deve riconquistare il monopolio della forza, assicurare celerità della giustizia e certezza della pena. Quando la gente vede boss scarcerati, criminali agli arresti domiciliari, spacciatori impuniti, perde fiducia nello Stato. Non in Antonio Bassolino, ma nello Stato italiano, nelle sue istituzioni. E allora se ci sono norme e leggi da rivedere, il Parlamento lo faccia. E soprattutto: quale rapporto ha con queste cose la riforma della giustizia approvata al Senato, vi sono risposte sulla durata dei processi, risorse per la macchina giudiziaria, per superare l'indecoroso affollamento delle carceri?». L’U 23

 

 

 

 

La sociologia non basta più, è necessaria la tolleranza zero

 

di AURELIO LEPRE

 

LA GRAVISSIMA situazione dell'ordine pubblico a Napoli, di cui riferiscono ormai quasi ogni giorno le cronache, dipende da una duplice serie di cause, alcune locali e altre nazionali. Delle prime si possono ricordare le origini storiche: già nel 1875, ponendo per la prima volta la questione meridionale (e interpretandola come questione criminale), Pasquale Villari chiedeva al vice sindaco della città: «Mi dici qualche cosa della camorra? Va essa avanti o indietro? Comincia a essere davvero estirpata?». A conclusione della sua analisi scriveva: «E voi, mi si dirà, avete la ingenuità di credere che in breve si può rimediare a mali così gravi e profondi? Non vedete che ci vuole un secolo? - Sì, lo vedo, ma vedo ancora che, se cominceremo domani, ci vorrà un secolo ed un giorno».

Sono passati centrotrenta anni e stiamo ancora a chiederci quando la camorra sarà estirpata. Evidentemente, non si cominciò a farlo seriamente allora e non si è tentato di farlo in maniera veramente efficace nemmeno in seguito. Il tempo è trascorso, i governi sono cambiati, ma i camorristi continuano a sparare. Questa constatazione potrebbe portarci alla conclusione che si tratta di un malattia locale pressoché incurabile. Ma sarebbe una diagnosi errata, sia perché qualche medicina esiste sia perché ci troviamo di fronte a una situazione che non è immobile.

Consideriamo prima quest'ultimo punto. La Napoli di oggi, sia sul piano sociale sia su quello economico, non è più la città degradata e povera degli ultimi decenni dell'Ottocento. Accanto a Scampìa, simbolo di una periferia infestata dalla delinquenza, c'è anche un'altra Napoli, che lavora, studia e vive in quartieri che non hanno niente da invidiare a quelli delle città più progredite. Si parlò spesso, in passato, dell'esistenza di "due città". Oggi quella migliore si è grandemente allargata, è diventata nettamente maggioritaria. Ma una constatazione del genere rappresenta una ben magra consolazione, perché tutti i cittadini napoletani si accorgono che l'illegalità si sta progressivamente estendendo, sta penetrando anche nelle zone della città che prima lambiva appena. Non esistono più confini di sicurezza, si può essere raggiunti da un colpo di arma da fuoco in qualsiasi strada o piazza. Di fronte a un'infezione che minaccia di essere mortale, bisogna trovare una medicina che sia in grado di estirparla definitivamente.

Per riuscirci, bisogna anzitutto mettere da parte il sociologismo e il pietismo che ormai permeano l'intera società italiana. La loro mescolanza ha prodotto una situazione di pericolo di cui molti si rendono conto, ma al quale pochi cercano di trovare rimedio. L'esplosione della criminalità a Napoli è soltanto la manifestazione più evidente di un male che corrode l'Italia e che è alimentato da una diffusissima ipocrisia sociale, prodotta dal predominio ricattatorio del "politicamente corretto".

Dappertutto ormai i criminali si stanno convincendo che è possibile rubare e ammazzare e continuare a vivere felici e contenti, tranne qualche breve parentesi di privazione della libertà, confortata da misericordiosi assistenti sociali e spirituali, pronti a giurare sul loro pentimento e a chiedere un'abbreviazione della pena. Ah, se ci fosse qualche sano, autentico conservatore che avesse il coraggio di chiedere ad alta voce la "tolleranza zero" cara a Ralph Giuliani, che quasi tutti i cittadini sperano in cuor loro di vedere finalmente applicata! E anche di chiedere il rispetto della legalità «senza se e senza ma». Mentre l'Italia dà ormai lavoro a milioni d'immigrati, si continua spesso a dire che se ci fosse lavoro non ci sarebbe nemmeno la microcriminalità. Certo, anche la disoccupazione, soprattutto a Napoli, è un problema molto grave, ma non può costituire un alibi.

In una situazione che si va sempre più deteriorando i politici, napoletani e nazionali, hanno pesanti responsabilità. Nessuno chiede loro di sostituirsi ai poliziotti, che fanno egregiamente il loro dovere, in condizioni estremamente difficili e senza il sostegno di leggi che aiutino a mantenere in carcere i criminali che essi, spesso a rischio della vita, riescono faticosamente a portarvi. Ma cerchino di trovare, e senza dividersi, che cosa non va nelle leggi in vigore e che cosa si può fare, perché i cittadini vedano finalmente rispettato il diritto alla sicurezza, che è anch'esso, come quello alla libertà, di fondamentale importanza. Prima che sia troppo tardi. Im 23

 

 

 

 

Sufi, la via islamica alla tolleranza

 

Videochat con Gabriele Mandel, Giulio Giorello e Moni Ovaia - Mercoledì, dalle 15 alle 16,30, dibattito in diretta con l'autore del saggio «La via al sufismo», edito da Bompiani

 

MILANO - C'è una via islamica alla tolleranza? Una domanda lecita se pensiamo alle notizie che ormai funestano il nostro quotidiano. La risposta potrebbe essere: guardate al sufismo. Che cos'è? Ne discutono in diretta, in videochat, Gabriele Mandel, autore del saggio «La via al sufismo» (Bompiani), il filosofo Giulio Giorello e l'attore Monia Ovadia. L'argomento è appassionante. Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente del primo «califfo ben diretto» Abu Bakr, nonché venerato maestro di Gabriele Mandel): «Il Sufismo in se stesso non è né una scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone al di sopra di ogni obbedienza. E' innanzitutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente.

Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è innanzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata».

 

MISTICISMO - I Sufi (detti anche «dervisci») rappresentano dunque la parte mistica e più illuminata dell'Islam, e sono attivi in tutti i campi delle arti e delle scienze nel rispetto d'ogni cultura e d'ogni religione, diffondendo ovunque la buona parola della Bontà e della Pace. Il professor Gabriele Mandel Khan, Vicario generale per l'Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti (o Jerrahiyya-Khalwatiyya: uno dei più antichi ordini tradizionali sufi), indica in questo libro - per la prima volta sostanziale e completo su questo difficile argomento - la Via pratica per giungere alla perfezione del sufi.  Cds 23

 

 

 

 

Olocausto, approdano sulla Rete le storie di tre milioni di vittime

 

di FABIO ISMAN

 

ROMA Tre milioni di vittime della Shoah sono, da ieri, on line : le loro storie, e quelle delle loro famiglie, delle loro città sotto la morsa dei nazisti, dei ghetti in cui erano costrette, entrano direttamente nelle nostre case, attraverso i computer; diventa possibile compiere ricerche, almeno su metà dei sei milioni di martiri dell’Olocausto, partendo anche solo dal loro nome, e perfino dal Paese, o dalla città, in cui vivevano: le schede riportano quando e dove ciascuno di loro è stato arrestato, quando e dove è morto, chi è stato preso insieme a loro, e quale è la fonte di queste informazioni. Logicamente, l’iniziativa è di Yad Vashem: l’organizzazione di Gerusalemme cui (dal 1953, per decisione del Parlamento israeliano, la Knesset) spetta il compito di tener vivo il ricordo della Shoah e indagare le storie (anche minime) che hanno composto l’Olocausto, e che conserva 62 milioni di pagine di documenti, due milioni di testimonianze, 267.500 fotografie e migliaia di filmati in cui i sopravvissuti raccontano. Chiunque può collegarsi a questo formidabile database , al sito www.yadvashem.org.

«Non possiamo scrivere la storia completa delle vite di queste vittime, per ciascuna un mondo intero che si è estinto; ma almeno, salvarne per sempre il simbolo della loro identità, cioé il nome», spiega Avner Shalev, che presiede l’Istituto; «stiamo raggiungendo un’ora storica: la nostra è una corsa contro il tempo; vogliamo registrare quanti più nomi possibile prima che scompaia la generazione di chi meglio può ricordare». Anche da qui la decisione di immettere on line , a disposizione di tutti, i nomi dei tre milioni di vittime la cui sorte è stata già ricostruita con precisione. La loro storia può essere consultata partendo dal nome, la città di nascita, l’ultimo luogo di residenza, o il lager in cui sono morti. Per l’occasione, il Premio Nobel Elie Wiesel spiega che «ogni nome ha una storia, e tutte queste storie diventano “la Storia”; questo è un giorno speciale, perché crea un legame, un link , non solo con quanti sono morti, ma anche con chi ancora vive». E Simon Weil, sopravvissuta all’Olocausto, dice che «milioni d’ebrei assassinati diventano, così, davvero immortali».

Tra quanti hanno collaborato alla creazione di questa base di dati ora consultabile, c’è l’avvocato francese Serge Klarsfeld, uno dei pionieri nella ricerca sulla Shoah , le cui liste sono state incorporate negli elenchi che da ieri sono consultabili, e il figlio di un sopravvissuto, Yossie Hollander, divenuto frattanto un imprenditore informatico. Per quanto riguarda l’Italia, nel database sono confluiti i nomi, e le storie, raccolti ad esempio da Liliana Picciotto Fargion, nel suo Libro della memoria ; ma speciali indagini, per dirne una, possono essere anche compiute sul ghetto di Roma e sulla deportazione del 16 ottobre 1943. Come è noto, Yad Vashem attribuisce anche il titolo di “ Giusto tra le nazioni ” a chi abbia salvato qualcuno dalla Shoah ; finora, ne sono insignite 20.205 persone di 41 paesi, di cui 341 italiane; ora, dal sito on line , chiunque potrà aggiungere, alle testimonianze esistenti, anche la propria. Im 23

 

 

 

 

Infanzia straniera”: in un libro i 15 anni di lavoro della Caritas di Roma con i figli degli immigrati

 

ROMA - "Questo libro accende i riflettori su di una realtà che in Italia

sta diventando sempre più significativa e cioè la presenza dei minori

stranieri nel nostro Paese e nel nostro sistema scolastico. Oramai sui

2.600.000 immigrati presenti in Italia i minori sono circa 400.000. Una

presenza che aumenta ad una media di 60.000 unità all'anno". L'Assessore

alle politiche sociali e per la famiglia della Provincia di Roma Claudio

Cecchini ha così commentato il 22 novembre a Palazzo Valentini. in

occasione della Giornata mondiale per i diritti del Fanciullo, la

presentazione del libro dal titolo "Infanzia straniera".

Una stima, quella sull'aumento della presenza di minori stranieri in

Italia, che prende in considerazione i 35.000 bambini nati nel nostro Paese

nel 2003 ed i 25.000 arrivati in Italia. Nelle scuole italiane oramai si

contano 282.000 bambini stranieri, con un'incidenza sulla popolazione

scolastica del 3,5%. "Alla luce di questi dati - ha osservato Cecchini - la

scuola rappresenta dunque un luogo fondamentale, non solo per la

formazione, ma anche per la sua capacità di favorire i processi di

integrazione dei minori nella nostra comunità. Solo partendo dall'ambito

scolastico sarà infatti possibile costruire una società integrata".

"Infanzia straniera" (272 pagine, Edizioni Borla) è un'articolata

pubblicazione che descrive, prendendo spunto dall'esperienza dell'Asilo

nido "Piccolo Mondo" gestito della Caritas Diocesana di Roma, la condizione

dei minori stranieri, le possibili metodologie pedagogiche e varie

esperienze interculturali. Il libro, al fine di fornire indicazioni utili

agli operatori che lavorano in questo settore, propone inoltre un'analisi a

tutto campo degli aspetti demografici, legislativi, giuridici, sociali e

psicologici che caratterizzano la realtà dei minori immigrati. Il lettore

troverà anche una dettagliata ricerca, realizzata dalla Nando Perretti

Foundation in collaborazione con la Caritas romana, sull'infanzia straniera

nella Capitale. Dall'indagine, che si prefigge di conoscere le condizioni

di vita delle madri immigrate con bambini e gli indicatori di benessere

nello sviluppo del minore straniero - cento le coppie di 21 nazionalità

diverse intervistate, 49 i bambini coinvolti nella ricerca -, si evidenzia

in primo luogo , naturalmente con aggravio di rischi per il minore, una non

trascurabile percentuale di donne in stato di disagio giuridico e

abitativo. In questo contesto, oltre alle maggiori difficoltà dei bambini

stranieri ad apprendere la seconda lingua, è emersa la necessità di

assicurare ai minori immigrati una "nicchia evolutiva" che risponda ai

normali criteri di benessere. Dai bambini con alle spalle una stabile e

bilanciata presenza familiare è stata infatti evidenziata una maggiore

propensione alla comunicazione, alla socializzazione ed all'abilità motoria.

"L'immigrazione nel nostro Paese - ha spiegato nel corso della

presentazione dell'opera il direttore della Caritas di Roma mons. Guerino

Di Tora - ha ormai trovato quella stabilità che gli consente di dar vita ad

un nuovo ciclo. La presenza dei bambini nelle famiglie immigrate, minori

che vanno a scuola e si inseriscono nel contesto sociale italiano,

rappresenta infatti l'esempio lampante del passaggio dal senso

dell'emergenza ad un immigrazione ormai stabilizzata. Un contesto che

preclude positivamente ad una possibile integrazione, cioè alla costruzione

di un nuovo tessuto sociale".

"Nel discorso dell'immigrazione - ha proseguito Di Tora - noi abbiamo

constatato che soprattutto gli adulti hanno delle difficoltà a rapportarsi

con gli altri. E' quindi importante che la costruzione della nuova realtà

dell'immigrazione possa partire proprio dai bambini che non hanno i

preconcetti degli adulti, giocano e studiano tutti insieme. Io credo -  ha

concluso ricordando la necessità di mettere in rete le istituzioni ed il

mondo del volontariato per trovare risposte capaci di soddisfare gli

immigrati ma anche coloro che accolgono - che in questo ambito non si

faccia mai abbastanza, perché i tempi corrono veloci e rischiamo di

trovarci sempre un passo indietro".

Tra gli altri interventi, oltre a quello del coordinatore della Fondazione

"Nando Peretti" Stefano Palombo - che ha illustrato le variegate iniziative

di questa organizzazione a favore dei minori stranieri che per motivazioni

giudiziarie o sanitarie non possono più contare sull'appoggio familiare -

segnaliamo la riflessione della responsabile per l'immigrazione della

Caritas romana Ngo Dinh Le Quyen che ha sottolineato sia la valenza della

pubblicazione sui minori - un libro che sa coniugare le esperienze di chi

vive quotidianamente questa realtà con connotazioni prettamente

scientifiche - sia l'impegno degli istituti religiosi che, praticamente da

sempre, operano senza clamore per l'integrazione dei bambini stranieri. La

ricercatrice del CNR Tullia Musatti si è invece soffermata sulla fragilità

della famiglia immigrata con figli che, se da una parte appare più aperta

allo scambio comunicativo con l'esterno, dall'altra risulta più vulnerabile

alle sollecitazioni della società.

Ricordiamo infine l'intervento della responsabile dell'asilo nido "Piccolo

Mondo" Maria Francesca Posa che ha scritto questa pubblicazione insieme ad

Emanuela Baroncelli e alla docente di Psicologia generale dell'Università

di Roma "La Sapienza" Carlamaria Del Miglio. "Abbiamo cercato - ha detto -

di aprire una prima finestra informativa su di un mondo minorile

estremamente variegato e complesso", richiamando inoltre l'esigenza di dar

vita ad una positiva dimensione relazionale con le famiglie dei bambini

immigrati più vulnerabili dal punto di vista economico.

(Goffredo Morgia-Inform)

 

 

 

A dicembre la Consulta per l’emigrazione della Sardegna. Verrá rinnovato il Comitato di Presidenza

 

La Consulta per l'Emigrazione della Regione Sardegna eleggerà a dicembre il nuovo Comitato di Presidenza. Tra i candidati ci sono Domenico Scala, rappresentante della Confederazione Elvetica dei Circoli Sardi, e Tonino Mulas, della Federazione dei Circoli Sardi in Italia

 

Cagliari - Si avvicina a grandi passi, in Sardegna, il momento di rinnovare la Consulta regionale per l'Emigrazione, dal 1977 organo di rappresentanza dei Circoli e delle Federazioni dei sardi sparsi nel mondo. Convocata per il prossimo mese di dicembre, la Consulta eleggerà il nuovo Comitato di Presidenza. Tra i candidati al ruolo di Vice Presidente e Vice Presidente vicario ci sono Domenico Scala, rappresentante della Confederazione Elvetica dei Circoli Sardi, nonché attuale Vice Presidente vicario uscente, e Tonino Mulas, della Federazione dei Circoli Sardi in Italia, attuale Vice Presidente.

 

Nel caso di una loro riconferma, sono numerosi i punti in comune che caratterizzano i programmi dei due candidati. Tra questi, la promozione della cultura sarda. "Tendiamo a svolgere un'attività prevalentemente culturale e promuoviamo i valori della cultura e della società sarda nel mondo - spiega Domenico Scala -  Inoltre, abbiamo sempre fatto in modo di non dimenticare l'aspetto solidaristico.               Stiamo rafforzando l'elemento economico-commerciale e quello dell'informazione, grazie anche alla ricchezza delle nostre biblioteche. Favoriamo l'integrazione dei nostri connazionali ed effettuiamo proposte in materia di prima occupazione”.                                 

 

 Secondo Tonino Mulas, la politica dell'emigrazione portata avanti dalla Regione Sardegna sta gradualmente cambiando. "E' diversa rispetto a quella degli anni Cinquanta e Sessanta, quando venivano perseguiti soprattutto compiti di tutela e di assistenza agli emigrati. Attualmente, è necessario che i Circoli esprimano sempre più una capacità di rappresentanza della Sardegna, prima di tutto in termini culturali e, in seconda battuta, promozionali. Penso ad esempio al turismo e ai settori di nicchia dei prodotti sardi.                                                                                                                              

 

"I Circoli nei quattro angoli del mondo - continua - rappresentano finestre per la musica, il cinema e la letteratura della nostra Regione". Auspicata sempre più da Mulas è anche la collaborazione nel campo delle ricerche sociali e sanitarie, il gemellaggio tra Università sarde e strutture accademiche all'estero.

 

Punto importante, poi, è la questione del voto. "Siamo convinti che il miglior modo per far conoscere il valore dei sardi sia quello di dare ai nostri emigrati l'opportunità di votare alle amministrative, alle regionali, alle provinciali e alle comunali" aggiunge Scala. "Rivendichiamo per i sardi nel mondo il diritto di voto alle elezioni regionali, così come è avvenuto per gli italiani all'estero - si inserisce Mulas -  Vogliamo, per esempio, che una rappresentanza di emigrati partecipi all'assemblea consultiva, costituita per la discussione del nuovo statuto".

 

E le tensioni sembrano ridotte a zero. "All'interno della Consulta si è lavorato sempre in grande sintonia - conclude il rappresentante della Confederazione Elvetica -     Non ci sono mai stati screzi. I programmi proposti da Mulas sono quelli che sono stati portati avanti unitariamente fino all'ultima legislatura. Il mondo della diaspora, nella misura in cui rimane unito e collabora, può rafforzarsi e soddisfare questi programmi, che in un certo modo coinvolgono tutti". nip

 

 

 

 

Toscana. In corso a Firenze la 2a Conferenza regionale sull’immigrazione

 

FIRENZE - Tre giorni a parlare di immigrazione, migranti e diritti di

cittadinanza. Il 22 novembre si è aperta a Firenze, al Convitto della

Calza, la seconda Conferenza regionale sull'immigrazione. Tre giorni per il

punto sulla presenza straniera in Toscana ma anche per riflettere sul

modello di integrazione, o meglio di interazione, che nella nostra regione

si è realizzato. Numeri e garanzie dei lavoratori migranti i protagonisti

della prima giornata Intervenuti, tra gli altri, lo storico Franco Cardini,

il responsabile del dossier statistico sull'immigrazione elaborato ogni

anno dalla Caritas Franco Pittau, sociologi ed esperti. Si è parlato anche

di minori abbandonati, con un seminario della rete europea Re.Mi.

Tuttavia, la Federazione Africana in Toscana ha deciso di partecipare non

ufficialmente alla conferenza regionale sull'immigrazione. Ma, a tale

proposito, il Vice presidente ed Assessore alle politiche sociali della

Regione Toscana Angelo Passaleva, ha fatto una precisazione: "Come Regione

stiamo lavorando perché le comunità degli immigrati in Toscana siano sempre

più coinvolte e partecipi delle decisioni che le riguardano. Vogliamo

accrescere le occasioni di confronto, conoscere le opinioni di tutti: e

dunque l'esatto contrario di una volontà tesa ad escludere qualcuno. La

scelta che abbiamo fatto nell'organizzare la conferenza regionale  ha

precisato è stata quella di scegliere come soggetto di riferimento, in una

realtà così articolata e varia come quella degli stranieri in Toscana, il

Forum dei Migranti. Certo il forum non rappresenta tutti gli immigrati

toscani. Ma la conferenza regionale sull'immigrazione di oggi non è neppure

un punto di arrivo. E' per noi invece un punto di partenza. Alla conferenza

sono state invitate tutte le associazioni. E dopo la conferenza

proseguiranno gli incontri per allargare i nostri rapporti, anche con chi

si è sentito escluso".

Nell'ambito della conferenza, il 23 novembre è stato organizzato per

i giornalisti un briefing con il Presidente della Regione Claudio

Martini  e il Vice presidente Passaleva. E’ stata l'occasione per illustrare la

proposta di una nuova legge regionale sull'immigrazione. Il 24 novembre

l'attenzione si concentrerà infine sul rapporto tra migranti e Stato, la

difficoltà a trovare casa, gli esempi di consiglieri e consigli degli

stranieri nelle realtà comunali toscane. Ma ci sarà spazio anche per

parlare della tratta di bambini ed adulti e dell'accoglienza dei rifugiati

che chiedono asilo politico. (Inform)

 

 

 

Errore o effettiva riduzione? L’Inps spieghi le ragioni della riduzione della mensilità di novembre

 

Se di errore si è trattato come in molti sospettiamo, informi, ripristini, paghi gli arretrati e chieda scusa

 

E’ paradossale che dopo una campagna di verifica dei redditi che è stata complessivamente giudicata “modello di efficienza” e di “tecnologia applicata” ed effettiva prima “rete di comunicazione” tra utenti, Patronati ed Inps - ricordiamo che la campagna Red. svoltasi nel 2003 e tesa alla verifica dei redditi prodotti nel 2002, è stata gestita quasi interamente per via telematica - si debba ora tornare a parlare in termini di assenza di informazione.

Mentre per gli eventuali aumenti, riduzioni o comunicazioni di indebito, relativi alle maggiorazioni sociali - per le quali era scattata la necessità impellente della verifica Red. - l’Inps aveva comunicato il nuovo calcolo conseguente all’accertamento dei redditi, con il rateo mensile di novembre sono scattati altri conteggi relativi ad altre prestazioni, dagli assegni al nucleo famigliare al trattamento minimo, che hanno comportato la riduzione, a volte sostanziale, della pensione in pagamento.

È fin troppo evidente che le “conseguenze” di una campagna di verifica dei redditi possono produrre risultati di questo tipo, con riduzioni ed aumenti. Meno evidente - conti alla mano - è la perdita, ad esempio, dell’intero ammontare degli assegni al nucleo famigliare quando i redditi dichiarati dal nucleo familiare in alcuni casi confermano l’importo pieno di €46,48 per la coppia ed in alcuni casi una riduzione minima a € 36,15 mensili.

Altrettanto evidente è la conclusione che - in molti casi, purtroppo - sono stati commessi errori nell’operazione di verifica dei redditi. Ricordiamo che questa operazione era stata centralizzata a Roma e non affidata alle sedi provinciali.

In questo momento è necessario fare appello alla calma. Occorre ristabilire la “certezza” del diritto e credo che l’Inps abbia il dovere di procedere ad una rapida verifica di tutti i conteggi fatti comunicando il reddito dichiarato dal pensionato, l’effetto che questo ha avuto sulle singole prestazioni, tipo assegni al nucleo familiare e trattamento minimo, e il nuovo importo di pensione determinatosi. Per gli errori vanno inoltre subito ripristinati i pagamenti e corrisposti gli arretrati.

Se l’Inps chiedesse inoltre scusa, non sarebbe una cattiva idea.

Per coloro i quali vogliono affrontare subito la situazione, è possibile inviare alla sede provinciale che ha in carico la pensione una richiesta di ripristino delle prestazioni in oggetto con le dichiarazioni dei redditi allegate. Le sedi provinciali sono tenute a verificare gli importi in pagamento e possono ripristinare ciò che è stato tagliato. Il rischio è di superare nei tempi Roma che invece auspichiamo possa essere “rapida” ed “efficiente” nel riaffermare la certezza del diritto anche negli importi di pensione.  Marco Fedi, grtv

 

 

 

Italiano: in Argentina è la seconda lingua più studiata

 

Siena - L'italiano in Argentina è la seconda lingua più studiata. A sostenerlo è un'indagine condotta dal Centro di Eccellenza della Ricerca Osservatorio permanente dell'italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia dell'Università per Stranieri di Siena e realizzata da Alejandro Patát, docente di letteratura italiana presso l'Universita' di Buenos Aires. I risultati della ricerca, pubblicata con il titolo ''L'italiano in Argentina'', saranno presentati per la prima volta a Siena da giovedi' 25 a sabato 27 novembre al primo Convegno Internazionale di Studi su L'Italianistica in America Latina.

 

L'iniziativa, gode del patrocinio dei quattro ministeri degli Affari Esteri, dell'Istruzione, Università e Ricerca, degli Italiani nel Mondo e dei Beni e Attività Culturali. E' realizzata con la collaborazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, Comune di Siena e Istituto Italo-Latinoamericano. Dal quarto posto nel mondo, in America Latina la nostra lingua conquista il podio, diventando le seconda lingua più studiata in Argentina.

 

Qui sono, infatti, 4.510 i corsi di italiano attivati per un totale di 77.533 studenti, contro i 41.719 degli Istituti Italiani di Cultura di tutto il mondo, censiti da Italiano 2000. L'eccezionalità del caso argentino è dimostrata dai dati sulle propensioni. Se come prima lingua l'inglese si conferma al primo posto, come seconda lingua l'italiano si assicura l'80% delle preferenze.

 

I corsi di lingua italiana così distribuiti tra la popolazione - rivolti a 12.016 bambini, 30.238 adolescenti e 29.462 adulti - si confermano come l'attività fondamentale di tutte le agenzie formative al vaglio dell'indagine. Scuole, associazioni, Istituti di Cultura Italiana nel Mondo e Comitati della Dante Alighieri escluse le Università.

 

Sorprende il dato relativo agli studenti con meno di 18 anni che risultano essere il 53% degli iscritti ai corsi. Il dato circa le nuove generazioni, anche se da considerare alla luce della ripresa obbligatorietà dello studio dell'italiano nelle scuole argentine dal 1985, è, infatti, estremamente confortante ed in aumento. Ciò evidentemente non toglie peso ai corsi per adulti che continuano a rappresentare il 47% del totale. In questi casi, però, cresce la domanda di specializzazione: più corsi d'italiano settoriale, di grammatica e traduzione, di preparazione alla certificazione e di conversazione a scapito dell'italiano generale.

 

Accanto ai corsi di lingua figurano i corsi di cultura italiana, tra i patrimoni più importanti dell'insegnamento dell'italiano in Argentina. Basta pensare che il 7% degli allievi termina il proprio percorso formativo con un quadriennio dedicato interamente alla cultura. Il caso argentino è solo uno dei tanti che saranno oggetto di riflessione durante il convegno senese, al quale prenderanno parte professori, traduttori, critici, scrittori italiani, brasiliani, messicani e cubani.

 

Numerosi gli interventi programmati, tutti tesi a tracciare un quadro complessivo dello ''stato di salute'' della nostra lingua nei paesi dell'America Latina. Nella mattinata della giornata inaugurale di giovedì 25 novembre, Tullio De Mauro (Università ''La Sapienza'' di Roma) interverrà su ''Lo spazio linguistico nell'Italia contemporanea'', Riccardo Campa (Università per Stranieri di Siena, Istituto Italo-Latinoamericano) su ''Profilo storico della cultura italiana'' e Hugo Beccacece (direttore del supplemento culturale di ''La Nación'') su ''Presenza della cultura italiana sui giornali e le riviste italiane''. Nelle successive sessioni del convegno sono previsti complessivamente oltre 40 relatori. (Adnkronos)

 

 

 

Lingua e cultura italiana: quinta edizione del corso online per veneti all’estero

 

TREVISO - Tutto pronto per VE-NET 2005, l'iniziativa di formazione in

Internet dedicata agli emigrati di origine veneta, che continua a

riscuotere notevole successo. Il prossimo corso di perfezionamento di

lingua italiana on line inizierà nel gennaio del 2005. La gestione

dell'edizione 2005 - informa Veneti nel Mondo - è stata affidata ancora

all'Associazione Trevisani nel Mondo. Sono aperte le iscrizioni, che devono

essere effettuate esclusivamente collegandosi al sito

http://home.tele2.it/dmns17k1/ve-net2005/avvio.html e utilizzando la scheda

di adesione in esso riportata. Coloro che vorranno partecipare al corso

dovranno prima sottoporsi a un test d'ingresso per valutare le conoscenze

di base della lingua, in modo da consentire la formazione di una classe il

più omogenea possibile. Per l'iscrizione non è richiesta alcuna quota, ma

un impegno formale a frequentare il corso per tutta la sua durata, tenuto

conto che chi si ritira a corso iniziato sottrae il posto ad un altro

candidato.

L'iniziativa, sottolinea Veneti nel Mondo, ha l'obiettivo di rafforzare la

padronanza della lingua d'origine, mediante la lettura guidata e il

commento di testi letterari in rete, lo svolgimento di esercizi, la

redazione di elaborati individuali e di gruppo e la consuetudine con la

lingua. Si cercherà, inoltre, di fornire ai partecipanti le competenze

necessarie a svolgere attività di comunicazione in rete, con particolare

riferimento alle strutture della lingua italiana; di incrementare l'impiego

della comunicazione elettronica nella sua valenza di veicolo culturale e

aggregativo per le comunità venete all'estero e di sviluppare ed estendere

la comunicazione tra gli emigrati veneti e la regione d'origine, favorendo

la collaborazione culturale ed economica. Il corso sarà diviso in tre stage

della durata di due mesi ciascuno e si concluderà entro la metà del 2005.

(per ulteriori informazioni contattare l'Associazione Trevisani nel Mondo:

tel. +39 0422 579428; fax +39 0422 547874; e mail info@trevisani.it).

(Inform)

 

 

 

Berlin. „Palazzo Italia“ verdrängt Buchladen Unter den Linden

 

Italien zieht Unter den Linden ein. Das Haus Nummer zehn an der Ecke Charlottenstraße wird Standort der Firma „Italian System For Business (ISB)“, die Italien als Wirtschafts- und Kulturnation repräsentieren soll. Für die bisherigen Mieter in dem denkmalgeschützten Altbau bedeutet das: Sie müssen sich eine neue Bleibe suchen. Das betrifft die Buchhandlung „Berlin Story“ und den Szene-Club „Cookies“. Beide müssen zum Jahresende raus. Die Buchhandlung kann vor allem deshalb nicht bleiben, weil der neue Mieter die attraktiven Ladenflächen an der Hausecke mieten wird.

 

Im Januar will der Vermieter, die Firma Vivico aus Frankfurt am Main, mit den Sanierungsarbeiten beginnen. Das Haus wird weitgehend entkernt. „Sämtliche geplanten Arbeiten sind eng mit dem Denkmalschutz abgestimmt“, erklärt Vivico-Sprecher Wilhelm Brandt. Bis zum Sommer 2006 soll alles fertig sein. Die Italiener wollen gut 60 Prozent der künftig 9000 Quadratmeter Bürofläche mieten. Über die Kosten des geplanten Umbaus schweigt sich Brandt aus.

 

Die Vivico verwaltet und verkauft unter anderem große Brachflächen in deutschen Innenstädten, die von der Bahn AG aufgegeben worden sind. Als Vermieter tritt die Vivico in Berlin unter anderem in Kreuzberg für ehemalige Bahn-Bürogebäude am Tempelhofer Ufer auf. Für das Eckhaus Unter den Linden hat sich die Vivico den Namen „Römischer Hof“ einfallen und gleich schützen lassen.

 

1910 wurde das Haus errichtet. Mieter war die Deutsche Verkehrs- und Kreditbank. Berühmt wurde die Bank durch den Einbruch der Pannewitzgruppe, die ein großes Loch in den Fußboden des Tresorraums stemmte und mit den Löhnen der Reichsbahnbeschäftigten entschwand. „Das Loch ist immer noch da“, sagt Brandt, genauso wie ein Teil der Schäden, den eine Luftmine 1943 am Gebäude hinterließ.

 

Der neue Mieter will aus dem Haus einen „Palazzo Italia“ machen, der nicht nur Büros für Handels- und Kulturrepräsentanten beherbergt, sondern auch Veranstaltungsräume und Showrooms für italienische Produkte. Die ISB ist eine gemeinsame Firma der Mailänder Messegesellschaft, der Italienischen Handelskammern und der Firma Simest, die italienische Firmen im Ausland fördert. oew  tsp 23

 

 

 

 

Schily: Einwanderer sollen Deutsche werden

 

Bundesinnenminister Otto Schily warnt vor der Gründung einer neuen Minderheit in Deutschland durch die türkische Gemeinde

 

Berlin -  Einwanderer mit dem Ziel der Einbürgerung sollten sich nach Ansicht von Bundesinnenminister Otto Schily langfristig als Deutsche fühlen und auch so bezeichnen. „Wenn sie hier auf Dauer leben wollen, wenn sie die deutsche Staatsangehörigkeit wollen, dann müssen sie am Schluß sagen, sie sind Deutsche“, sagte der SPD-Politiker am Montag im ZDF-Morgenmagazin. Parallelgesellschaften seien nicht akzeptabel. „Das endet am Schluß in geschlossenen Siedlungsgebieten mit doppelten Ortsschildern. Das wollen wir nicht.“

Eindringlich bat Schily alle Ausländer, Deutsch zu lernen. Ohne gute Sprachkenntnisse sei eine Integration in die hiesige Gesellschaft und das Berufsleben nicht möglich, sagte der Minister. Mit den im neuen Zuwanderungsgesetz vorgesehen Integrationskursen mache der Staat dazu auch umfassende Angebote. Schily bedauerte, daß es noch immer türkische Männer gebe, die ihre Frauen davon abhalten, Deutsch zu lernen.

Die Forderung der CSU, Einwanderer müßten sich der deutschen „Leitkultur“ anpassen, lehnte Schily hingegen ab. Es sei „kläglich“, daß CSU-Chef Edmund Stoiber den „schwachsinnigen“ Begriff der deutschen Leitkultur wieder aus der Mottenkiste hole.

Der stellvertretende Vorsitzende der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Wolfgang Bosbach, sagte, Sprachkenntnisse als Schlüsselqualifikation allein reichten zur Integration nicht aus. Hinzukommen müßten auch „Akzeptanz der Gleichberechtigung von Mann und Frau, die Akzeptanz des staatlichen Gewaltmonopols und die Trennung von Kirche und Staat“, erklärte er im ZDF. Auch der FDP-Innenpolitiker Max Stadler verlangte, „daß schon den Kindern und Jugendlichen nicht nur die deutsche Sprache, sondern auch die Grundwerte des Grundgesetzes intensiv vermittelt werden“.

Meyer wettert gegen „Multi-Kulti

CDU-Generalsekretär Laurenz Meyer erklärte die „Multi-Kulti-Gesellschaft“ für gescheitert. „Mit ihrer Politik ist die Regierung grandios gegen die Wand gefahren“, sagte er im Deutschlandradio Berlin. Der Grund für die hohe Arbeitslosenquote unter türkisch-stämmigen Jugendlichen seien mangelnde Deutschkenntnisse. Daher müßten die Eltern ausländischer Kinder dafür sorgen, daß Deutsch schon im Vorschulalter gelernt werde. Meyer prangerte zudem die Diskriminierung von türkischen Frauen und Mädchen an. Darum könnten sich die Gleichstellungsbeauftragten der Kommunen und Länder auch mal kümmern, sagte er.

Der rheinland-pfälzische Ministerpräsident Kurt Beck sagte am Rande der SPD-Präsidiumssitzung in Berlin: „Ich rate, den Dialog mit den Muslimen in Deutschland zu führen.“ Die Kölner Demonstration am Wochenende sei hilfreich gewesen und habe deutlich gemacht, daß viele Muslime sich gemäß den Anforderungen das Gastlandes verhalten wollten.

Der nordrhein-westfälische Innenminister Fritz Behrens (SPD) wandte sich im Deutschlandradio gegen den Vorschlag, in Moscheen Predigten auf Deutsch vorzuschreiben. Dies widerspreche der verfassungsrechtlich verankerten Religionsfreiheit.

„Muslime nicht demütigen“ - SPD-Chef Franz Müntefering warnt vor einem politischen Mißbrauch der Islamismus-Debatte. Es gebe durchsichtige Versuche, „das Thema anzuheizen“, kritisierte Müntefering am Montag in Berlin. Der SPD-Vorsitzende mahnte, muslimische Einwanderer „ernst zu nehmen und nicht zu demütigen“.

Der Alltag des Zusammenlebens sei überwiegend gelungen. Es komme darauf an, „miteinander zu reden und nicht übereinander“. Die Probleme des islamistischen Terrors und des Extremismus dürften nicht mit denen der Integration vermischt werden. „Von fremd zu gefährlich ist im Kopf eine kurze Strecke“, warnte Müntefering.

Für die Verbesserung der Integration sei es entscheidend, sich auf ausländische Kinder und Heranwachsende zu konzentrieren. „Ich halte einen Sprachtest für die Vier- bis Fünfjährigen für zwingend“, sagte der SPD-Chef. Bei Mängeln müsse es einen obligatorischen Sprachkurs geben.

Brandenburgs Innenminister und CDU-Präsidiumsmitglied Jörg Schönbohm griff unterdessen die muslimischen Immigranten in ungewöhnlich scharfer Form an. In ihren Milieus würden gerade die aufklärerischen Traditionen Deutschlands „konsequent ignoriert“.

FDP-Chef Guido Westerwelle regte einen Runden Tisch der Religionen in Deutschland an. Dort solle besprochen werden, „was getan werden kann, damit es keine Fundamentalisierung, keine Parallelgesellschaften, keine gewalttätige Entwicklung in Deutschland gibt“.  WELT.de

 

 

 

Bagdad nimmt Nachbarländer in die Pflicht

 

Iraks Ministerpräsident Allawi erwartet von Irak-Konferenz mehr Unterstützung für den Kampf gegen Aufständische - Die Teilnehmerstaaten sind mit unter- schiedlichen Erwartungen in die Irak-Konferenz gegangen, die am Montag in Scharm el Scheich begann. Iraks Premier Allawi beklagte mangelnden Beistand der Nachbarländer im Kampf gegen Aufständische.

 

Scharm-el-Scheich/Bagdad · Einige Nachbarländer täten nicht genug, um Irak zu helfen, sagte Allawi. Die Regierung in Bagdad kündigte Vorschläge für eine stärkere Sicherung der Grenzen an, um das Eindringen militanter Kämpfer zu verhindern. Unter Druck steht vor allem Iran. Besonders die USA verlangen klare Zeichen der Regierung in Teheran, dass sie sich nicht in die inneren Angelegenheiten des Nachbarlandes einmischt.

 

Laut einem Entwurf für die Abschlusserklärung, der der Nachrichtenagentur ap vorlag, wird sich die von Ägypten ausgerichtete zweitägige Irak-Konferenz hinter den Kampf der Übergangsregierung gegen die Aufständischen stellen.

 

Kurz vor Beginn der Konferenz zeigten sich am Montag die unterschiedlichen Erwartungen. Die Ägypter betonten, schon die Verabschiedung einer gemeinsamen Abschlusserklärung werde ein Erfolg sein. Auch der US-Botschafter in Bagdad, John Negroponte, betonte die "große Bedeutung" des Treffens für die Zukunft Iraks.

 

Der Generalsekretär des sunnitischen Rats der irakischen Religionsgelehrten, Harith al-Dhari, sagte dagegen dem arabischen Sender Al Dschasira: "Diese Konferenz erreicht nichts für das irakische Volk." Der Rat sympathisiert mit einigen Aufständischen-Gruppen und hat wegen der Falludscha-Offensive zum Boykott der für den 30. Januar geplanten Wahlen aufgerufen.

 

Iraks Außenminister Hoschiar Sebari bemühte sich im Namen von Bagdads Übergangsregierung, alle Zweifel am Wahldatum 30. Januar zu zerstreuen. Auch die Vereinten Nationen seien überzeugt, dass dieser Termin für die ersten landesweiten Wahlen nicht unrealistisch sei, sagte er.

 

Zwei Wochen nach Beginn der US-Offensive gegen Falludscha lieferten sich US-Truppen und Rebellen in der westirakischen Stadt am Montag weiter Gefechte. Augenzeugen berichteten von Kämpfen in mehreren Stadtvierteln. Zudem hätten US-Flugzeuge neue Angriffe geflogen.

 

Im nordirakischen Mosul wurde ein führender sunnitischer Religionsgelehrter ermordet. Nach Angaben Augenzeugen erschossen Angreifer Scheich Faidhi al- Faidhi vor dessen Haus. Al-Faidhi war Mitglied der einflussreichen Vereinigung muslimischer Religionsgelehrter, die zum Wahlboykott aufgerufen hat.

 

Die US-Armee bestätigte, dass ein US- Soldat in Falludscha einen Aufständischen erschossen hat. Laut US-Kommando hatte sich der Mann "tot gestellt" und dann auf eine Patrouille gefeuert.

 

Ärzte in Falludscha beklagten, dass viele Verletzte nicht geborgen werden könnten. Sie riefen US-Streitkräfte und Rebellen auf, Krankenwagen durchzulassen.

 

US-Truppen fanden laut dem Nachrichtensender CNN in Falludscha vermutlich das Haus, in dem die britische Geisel Kenneth Bigley festgehalten wurde. Er wurde am 7. Oktober ermordet. dpa/ap

 

 

 

 

ITALIEN. Willkommen auf dem Arbeitsmarkt

 

Italien hat sich als erster Staat in Europa per Gesetz zum Einwanderungsland erklärt. Ausgerechnet die Regierung Berlusconi hat mehr illegalen Einwanderern – knapp 700 000 – zu Papieren verholfen als jede andere Regierung in Europa zuvor. Allerdings fehlt jegliches Integrationskonzept; man lebt einfach zusammen. Italien war mehr als 150 Jahre lang das größte Auswanderungsland Europas; heute fehlen sogar Arbeitskräfte. Mit den von der Regierung jedes Jahr neu zugestandenen

 

Ausländerquoten, mit Rücksicht auf die Lega Nord knapp bemessen, kommen Industrie und Landwirtschaft nicht aus. Der Ausländeranteil ist mit etwa vier Prozent nicht halb so hoch wie in Deutschland (8,9 Prozent). Größte Ausländergruppe sind die Rumänen. Gleich danach kommen 230 000 Marokkaner, Muslime also, dann folgen Albaner, Ukrainer, Chinesen, Philippiner und Polen. Aufenthaltsgenehmigungen werden – allen Protesten von Gemeinden, Unternehmen, Fachleuten zum Trotz – nur für ein Jahr ausgestellt; um sie zu erneuern, sind nicht selten weitere zwölf Monate erforderlich. In der Wartezeit rutschen viele Ausländer in die Illegalität zurück. Ein Sozialhilfenetz wie in Deutschland gibt es nicht. Paul Kreiner tsp 23

 

 

 

 

Integration und Bevormundung

 

Leitartikel von Mariam Lau

 

In die Debatte um Integration und Einwanderung ist Bewegung geraten; mit Überraschungen ist zu rechnen. Jahrelang hatten sich zwei Lager in zähem Stellungskampf ineinander verkeilt: diejenigen, die überhaupt nicht zur Kenntnis nehmen wollten, daß Deutschland längst ein Einwanderungsland ist, und diejenigen, die nicht sehen wollten, daß damit neben erheblichen sozialen auch kulturelle Probleme verbunden sind. Spätestens seit Günter Wallraff in den achtziger Jahren als Türke Ali mit "Ganz unten" Furore machte, waren die Zuwanderer selbst in dieser Debatte stets nur als Objekt vertreten; mal mit Fürsorglichkeit bedacht, mal als Sicherheitsproblem, aber so gut wie nie als politische Akteure. Die Angst vor dem Terror hat diesen Zustand schlagartig ins Bewußtsein gehoben: Von den Titelblättern starren einem verschlossene Moscheetüren und vorbeihastende Verschleierte entgegen, die dann wieder nicht recht zu den Bildern der Bambi-schwenkenden türkischen Schauspielerin Sibell Kekilli passen wollen. Wer sind diese Leute? Sind wir die van Goghs von morgen? Wen ruft man an, wenn man die Muslime in Deutschland sprechen will?

Wenn das vergangene Wochenende zählt, ist die Zeit des "stummen Ali" vorbei. An die 30 000 Muslime bekundeten ihre Wut auf den Terror, der in ihrem Namen in aller Welt Grauen verbreitet. Ihre Ablehnung des Fundamentalismus bezeugten sie unter anderem mit türkischen Fahnen: Der Laizismus der Türkei mag mitunter gewalttätig durchgesetzt worden sein, er ist inzwischen Teil des Nationalstolzes, den auch Einwanderer empfinden, die sich zugleich als Deutsche sehen. Wer sich fragt, warum die Verhältnisse in Frankreich und Holland so eskaliert sind und bei uns nicht, hat hier die Antwort. Was jetzt manchmal als Kampf der Kulturen, Islam gegen Christentum, orchestriert wird, ist im wesentlichen ein Problem arabischer Staaten. Die bisher gefaßten Terroristen kamen fast ausnahmslos aus arabischen Ländern mit korrupten, despotischen Regimes, die ihren Jugendlichen kein Istanbul und ihren Gläubigen keine politische Beteiligung zu bieten haben. Das Geld für viele der Moscheen und Koranschulen, in denen gegen den Westen gehetzt wird, kommt oft aus saudischen Quellen. So zu tun, als sei es nur eine Frage der Zeit, bis die hier lebenden Türken zu christenmordenden Fanatikern werden, ist also nicht plausibel; zumal dann nicht, wenn man bedenkt, daß es in den neunziger Jahren an die hundert Muslime waren, die deutschen Hooligans zum Opfer fielen.

Am geschmeidigsten hat in dieser Situation die Union reagiert. Während der bayerische Innenminister Beckstein, der nicht als "Appeaser" bekannt ist, auf der Kölner Demonstration allen friedliebenden Muslimen die Hand entgegenstreckte, nominierte der Berliner Landesverband die türkischstämmige Emine Demirbüken-Wegner für den Bundesvorstand der CDU. Und hier geht es nicht um eine nette Geste. Mit ihren "family values", den 50 000 selbständigen Unternehmern und der religiösen Orientierung sind die hier lebenden Türken ja eigentlich die natürliche Klientel der Union; es gibt keinen Grund, warum sie automatisch rotgrün wählen sollten. Der Bundeskanzler hat sich denn auch im Gegensatz zu Kurt Beckstein für seine Ermahnungen an die Adresse der Muslime einen höchst merkwürdigen Ort gewählt: das Jüdische Museum in Berlin. Mit dieser Mischung aus Indifferenz und Ahnungslosigkeit wird man den Effekt, den der amerikanische Präsident mit seinen Moscheebesuchen und seinen in Spanisch vorgetragenen Reden erzielt, mit Sicherheit verfehlen: Einwanderer, die stolz darauf sind, dazu zu gehören, und die sich angespornt fühlen, wie der türkische Boxer Urkal, " für Deutschland zu siegen".

Es wäre eine seltsame Ironie der Geschichte, wenn den Konservativen besser gelänge, was sich eigentlich die Linke auf die Fahnen geschrieben hat: die Emanzipation der Einwanderer vom Paternalismus der Sozialsysteme und der Rückständigkeit des anatolischen Dorfes, hin zu selbstbewußten Teilhabern am demokratischen System. Daß dieses Ziel mit Forderungen (Spracherwerb), klaren Grenzen und eiskalten Konsequenzen leichter zu erreichen ist als mit blinder Fürsorglichkeit, sofern man sich dafür Partner sucht - das könnte die Lektion des Wochenendes gewesen sein.  Dw 23

 

 

 

 

Die Kinder der Einwanderer sind kaum integriert

 

Viele Nachkommen der "Gastarbeiter" empfinden nach einer Studie des RWI ihr Leben als wenig selbstbestimmt - Viele Nachkommen der "Gastarbeiter" sind kaum in Deutschland verwurzelt. Das zeigt eine Studie des Wirtschaftsforschungsinstituts RWI. Verbreitet sei eine pessimistische Lebenseinstellung. Studienautor Michael Fertig warnt vor einer "lost generation". VON JOACHIM WILLE

 

Frankfurt a. M. · Die Voraussetzungen sind eigentlich gut, dass sich Kinder der ersten Einwanderer-Generation und Deutsche annähern. Die hier geborenen Jugendlichen und jungen Erwachsenen haben mehr Kontakt zu Deutschen als ihre Eltern, wie Fertig in seiner Analyse für das Rheinisch-Westfälische Institut für Wirtschaftsforschung (RWI) herausfand. So besuchen 98 Prozent von ihnen regelmäßig deutsche Mitbürger, während das bei den Eltern nur bei unter als 80 Prozent der Fall ist.

 

Auch nähert sich das Freizeitverhalten dem der Mehrheit an, obwohl es noch auffällige Unterschiede gibt - so nehmen die jungen Ausländer seltener an kulturellen Veranstaltungen teil, treiben weniger Sport und sind seltener ehrenamtlich tätig. Das RWI wertete die Daten des "Sozi-Ökonomischen Panels" (Soep) aus, in das die Angaben von rund 12 000 Personen eingingen.

 

Trotz der objektiven Annäherung im Lebensstil sei die "gefühlte" Verbindung der zweiten Generation zu Deutschland nur geringfügig stärker als bei den Eltern, sagt Fertig. Die Lebenseinstellung ist laut der RWI-Auswertung von Pessimismus und Selbstzweifeln geprägt. Zudem nähmen sie ihr Leben als wenig selbstbestimmt wahr. Mehr als 50 Prozent der Befragten sähen es als "von Schicksal und Glück" regiert und nicht von den eigenen Leistungen.

 

Positiver fällt laut RWI das Urteil der deutschen Einwanderer ("Spätaussiedler") aus, die nach 1990 ins Land kamen. "Sie präsentieren sich selbstsicherer und nehmen ihr Leben stärker in die eigene Hand", sagte Fertig. Die erste Generation der Gastarbeiter in Deutschland zählt rund 5,8 Millionen Menschen, die zweite Generation rund 1,5 Millionen. Hinzu kommen die Spätaussiedler, das sind etwa 2,9 Millionen Menschen.

 

Fertig fordert die Politik auf, die "düstere Lebenseinstellung" der jungen Einwanderer endlich zur Kenntnis zu nehmen, sagte er der FR. Es bestehe die Gefahr, eine große Gruppe "als zufriedene und produktive Mitglieder der Gesellschaft zu verlieren".

 

Die große Mehrheit der Türken in Deutschland fühlt sich zunehmend diskriminiert. 80 Prozent fühlen sich im Alltagsleben ungleich behandelt, ergab eine Studie des Essener Zentrums für Türkeistudien - etwa bei der Arbeit, bei der Wohnungssuche und bei Behörden. 1999 waren es nur 65 Prozent. Das Diskriminierungsgefühl könne auf die Entwicklung einer Parallelgesellschaft hinweisen, aber ebenso auf eine unfreiwillige Abgrenzung, so die Forscher. Einen Trend zur momentan viel diskutierten "Gettobildung" in den Städten sahen sie aber nicht: Drei Viertel der Befragten wohnen in nicht ethnisch geprägten Gegenden. Fr 23

 

 

 

 

"Zwangsgermanisierung"

 

Die Integration von Ausländern scheitert oft schon in der Schule. Die Sprachdefizite bei Migrantenkindern sind riesig. Das Bildungssystem ist bisher machtlos - von Joachim Peter

 

Was die neue Pisa-Studie bestätigt, hat man lange Zeit nicht zu schreiben gewagt, um nicht in den Verdacht zu geraten, politisch unkorrekt zu sein: In Deutschland wird die Gruppe der so genannten Risikoschüler immer größer, die nicht einmal elementarste Fertigkeiten im Lesen, Schreiben und Rechnen beherrschen. Der Zusammenhang zwischen sozialer Herkunft und Bildungserfolg ist in Deutschland im internationalen Vergleich am stärksten. Und: Die Risikoschüler stammen hier zu Lande vor allem aus Familien mit Migrationshintergrund.

Der Aufschrei war groß, als die WELT im März vergangenen Jahres eine Teilanalyse der Pisa-Studie vorab veröffentlichte, in der der alarmierende Befund zu lesen war, daß bereits bei einer "quantitativ relativ moderaten ethnischen Durchmischung" der "Umgang mit der Heterogenität" den Schulen Schwierigkeiten bereite. Mit dem Anstieg des Migrantenanteils auf 40 Prozent und mehr geht der Studie zufolge keine weitere Verringerung des mittleren Leistungsniveaus einher - weiter kann es nicht sinken.

Die Wogen öffentlicher Empörung glätteten sich überraschend schnell, obwohl die internationale Grundschulstudie Iglu, die wenige Wochen später veröffentlicht wurde, erneut die Mißstände belegte: Einwandererkinder lägen in ihrem Wissensstand im Vergleich zu deutschen Kindern oftmals über ein Schuljahr zurück. Den Anteil der Schüler insgesamt, die der Risikogruppe zuzuordnen sind, bezifferten die Experten mit 10,3 Prozent. Während Baden-Württemberg (7,3 Prozent), Bayern (8,6 Prozent) und Hessen (8,7 Prozent) die Risikogruppe vergleichsweise klein halten können, erreicht sie der Studie zufolge in Nordrhein-Westfalen (12,9 Prozent), Brandenburg (14,2 Prozent) und Bremen (21,1 Prozent) eine alarmierende Größe.

Die Lage ist prekär: Deutschland hat - ganz gleich ob deutschsprachig oder ausländischer Herkunft - zu viele Schüler, die nicht den geringsten Anforderungen des Bildungssystems gerecht werden können. Für die betroffenen Kinder mit Migrationshintergrund hat das dramatische Folgen: Ihre Integration scheitert oft schon ab den frühsten Kindesalter. Folgeprobleme wie die bereits entstandenen Parallelgesellschaften in den Metropolen sind bekannt, und es läßt sich leicht ausrechnen, welche Auswirkungen diese Entwicklung auf den Arbeitsmarkt, die Sozialsysteme, aber auch auf die innere Sicherheit haben wird.

Die Schulverbände laufen inzwischen Sturm und fordern Reformen und mehr Geld für mehr Lehrpersonal: "Die Tatsache, daß in Deutschland die soziale Herkunft stark die Schullaufbahn mitbestimmt, darf auf Dauer nicht akzeptiert werden", betont der Präsident des Deutschen Philologenverbandes Heinz-Peter Meidinger, der in der "mangelnden Förderung von Schülern" die Ursache für die Misere erkennt. Alle Bundesländer seien daher "in der Bringschuld, die nötigen Finanzmittel und Ressourcen zur Verfügung zu stellen". Andere Industriestaaten verfügen tatsächlich über eine bessere Schüler-Lehrer-Relation: Im Grundschulbereich kommen auf eine Lehrkraft in Deutschland durchschnittlich 20 Schüler; im OECD-Durchschnitt sind es 18 Schüler. Die besten Verhältnisse haben Dänemark (10), Ungarn und Italien (je 11).

Immerhin haben einige Bundesländer als Reaktion auf die Pisa-Ergebnisse Sprachtests für ausländische Kinder im Vorschulalter eingeführt, um Sprachdefizite möglichst noch vor ihrer Einschulung zu erkennen. Es fehlt den Kultusministerien jedoch allenthalben an Geld, um die Fördermaßnahmen konsequent zu verstärken.

Brennpunkt Berlin: Keine Stadt in Deutschland ist finanziell so marode wie die Bundeshauptstadt. Und Berlin hat den höchsten Integrationsbedarf, weil der Ausländeranteil bundesweit der größte ist. Rund 25 Prozent aller Schüler sind hier ausländischer Herkunft. Teilweise gibt es Schulen mit 90 Prozent Kindern nichtdeutscher Herkunft, 29 Prozent der Ausländerkinder erreichen keinen Schulabschluß. "Wir alle haben Fehler gemacht. Vor allem haben wir Toleranz mit Gleichgültigkeit verwechselt", sagte Bildungssenator Klaus Böger (SPD) der WELT. Heute habe sich allerdings schon vieles verändert: "Alle akzeptieren inzwischen, daß Deutsch zu erlernen keine Zumutung, sondern ein selbstverständlicher Anspruch ist. Das wurde lange Zeit als ,Zwangsgermanisierung' abgetan." Die Notwendigkeit der Sprachkenntnis zu vermitteln, sei ungeheuer schwierig. "Wir haben in den Kindergärten mit Sprachförderung begonnen, stellen aber fest, daß wir es mit einer Elternschaft zu tun haben, die sich zum Teil verweigert und nicht begriffen hat, daß sie die Zukunftschancen ihrer Kindern zerstört, wenn sie sich daran nicht beteiligt", sagt der Bildungssenator, der den "Kern der Integration" in dem "Prozeß der Vermittlung unserer Zivilisation und Kulturtechnik" sieht. "Das ist eine der herausforderndsten Aufgaben unserer Zeit. Entweder wir stellen uns dieser Aufgabe oder wir sehen uns bald kaum zu bewältigenden Problemen gegenüber." Daß die beste Abiturientin des vergangenen Schuljahrs eine Türkin war, stimmt Böger zuversichtlich.

Die Schulpolitik liegt in der Verantwortlichkeit der Länder. Die Bundesregierung übt sich daher auch in Zurückhaltung. Das vom Bund eingeleitete Milliarden-Programm zum Aufbau von Ganztagsschulen brauche Zeit, seine Wirkung zu entfalten. CDU-Chefin Angela Merkel hat derweil angekündigt, ihre Partei werde sich auf dem Parteitag Anfang Dezember in Düsseldorf mit der Integration von Ausländern und den Problemen mit der Sprache befassen. Das Erlernen der deutschen Sprache ist "so etwas wie die Eingangstür" in die deutsche Gesellschaft, so Merkel. Auch für Bundesinnenminister Otto Schily (SPD) ist "Deutsch die Kernkompetenz, um sich in eine Gesellschaft einzuleben".  Dw 23

 

 

 

 

Massenprotest gegen Wahl in der Ukraine

 

Zehntausende demonstrieren gegen Fälschungen / Pro-russischer Premier zum Sieger erklärt

 

Begleitet von massiven Protesten der Opposition und Fälschungsvorwürfen ist am Montag der bisherige Premier Viktor Janukowitsch zum Sieger der Präsidentschaftswahl in der Ukraine erklärt worden. Nach Angaben der Zentralen Wahlkommission entfielen nach Auszählung von über 99 Prozent der Stimmen auf den Regierungschef 49,4 Prozent, auf Oppositionsführer Viktor Juschtschenko 46,7 Prozent der Stimmen. Wahlbeobachter der Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa (OSZE) prangerten die Missachtung demokratischer Prinzipien an. Juschtschenko rief seine Anhänger zum Widerstand auf. Mehr als 100 000 Menschen gingen allein in Kiew auf die Straße, um gegen Manipulationen bei der Wahl zu protestieren. Der Stadtrat von Kiew sowie vier weitere Städte weigerten sich, das offizielle Ergebnis der Abstimmung anzuerkennen.

 

„Wir werden eine organisierte Bewegung des zivilen Widerstands beginnen“, sagte Juschtschenko. Er appellierte an seine Anhänger, die Proteste „bis zum Sieg“ fortzusetzen. Der Wahlkommission warf er vor, eine „Blankovollmacht zur Fälschung“ ausgestellt zu haben. Erste Wählerbefragungen hatten den Oppositionschef deutlich vor dem pro-russischen Janukowitsch gesehen. Den ersten Wahlgang vor drei Wochen hatte Juschtschenko knapp gewonnen.

 

Das Gebäude der Wahlkommission und der Präsidentensitz in Kiew wurden am Montag von Spezialeinheiten bewacht. Die Behörden warnten die Opposition vor weiteren Protesten. Die Generalstaatsanwaltschaft, der Geheimdienst und das Innenministerium teilten in einer gemeinsamen Erklärung mit, sie seien zum sofortigen Einschreiten bereit.

 

Die Opposition zweifelt besonders die Ergebnisse und die offizielle Wahlbeteiligung in den Hochburgen von Janukowitsch im Osten des Landes an. Hunderte ihrer lokalen Wahlkommissionsmitglieder waren dort aus den Wahllokalen verwiesen worden. So sollen in der Industrieregion des Donbass über 96 Prozent abgestimmt haben. In einigen Wahllokalen habe die Beteiligung gar über 100 Prozent gelegen, sagte Juschtschenko. Der einzige unabhängige TV-Sender strahlte mehrere Amateur-Filme aus, die von Manipulationen bei der Auszählung zeugen: So wurden für Juschtschenko abgegebene Stimmen in einigen Wahllokalen dessen Rivalen zugeschlagen. Von Unregelmäßigkeiten berichteten auch in Deutschland lebende Ukrainer: So wurden offenbar Wähler, die sich in der ukrainischen Botschaft in Berlin registriert hatten und dort ihre Stimme abgaben, von der Zentralen Wahlkommission nicht aus den Wählerlisten in ihrer jeweiligen Heimatstadt gestrichen. Die ukrainische Botschaft wollte die Vorwürfe nicht bestätigen.

 

Auch die EU kritisierte, dass internationale Standards nicht eingehalten wurden. Die EU werde die ukrainische Regierung auffordern, den Ablauf der Wahl und das Ergebnis zu überprüfen, sagte der niederländische Außenminister Bernard Bot. Dazu würden die ukrainischen Botschafter einbestellt. Die USA drohten zudem mit Konsequenzen: „Sollte sich die Wahl als grundlegend manipuliert erweisen, könnten wir unsere Beziehungen zur Ukraine überprüfen und Schritte gegen Personen in Betracht ziehen, die an dem Betrug beteiligt waren“, sagte ein Sprecher des US-Außenministeriums. Der russische Präsident Wladimir Putin dagegen gratulierte Janukowitsch und nannte seinen Sieg „überzeugend“. Tsp 23

 

 

 

 

 

Wahl in der Ukraine. Russlands langer Schatten

 

VON KARL GROBE

 

Die Ukraine hat im Schatten Russlands gewählt. Das ist ein Gemeinplatz, breiter als die Steppe, aber doch mit Grenzen. Denn die ukrainischen Wähler haben nicht "zwischen Russland und dem Westen" gewählt, sondern zwischen zwei Kandidaten, zwischen Ancien Régime und Reform, vielleicht zwischen Links und Rechts. Und wenn an dem Ergebnis manipuliert wurde - nur wenige bezweifeln das -, so geschah das im Interesse der alten Ordnung und ihrer Bürokraten.

 

Es ist klar, wen Russlands Präsident lieber an der ukrainischen Staatsspitze sieht. Wladimir Putin arbeitet nicht nur am starken Staat, an der Zentralisierung der Macht und der Miniaturisierung aller oppositionellen Regungen. Er will auch die Großmachtstellung Russlands herstellen oder wieder erringen. Deshalb hat er sich zweimal zu nicht eben verdeckter Wahlhilfe nach Kiew begeben. Der russische Schatten über der Ukraine ist vorhanden, und er ist lang.

 

Das ist kein Sonderfall. Die Moskauer Führung hält sich nicht an die Verpflichtungen zum Truppenabzug aus Georgien und Moldawien, bedrängt Georgien vielmehr durch ein taktisches Spiel mit den Separatisten in Abchasien und Südossetien. Sie richtet sich auf Militärstützpunkten in Zentralasien wieder häuslich ein, beinahe in Rufweite entsprechender Einrichtungen der USA, die im südlichen Hinterhof - in ehemaligen Sowjetrepubliken - ihre eigenen Großmachtinteressen verfolgen. Sie entwickelt an geltenden Abrüstungsverträgen vorbei neue Atomwaffen und Trägersysteme, weil die USA es längst auch tun. Und sie bringt das wirtschaftliche Potenzial, das in den Weiten des Landes fortbesteht, politisch in Stellung. Da geht es um Öl, Gas und Erze.

 

Die Zerschlagung des Jukos-Konzerns gehört dazu. Seine Bestandteile unter staatliche Kontrolle zu bringen bedeutet, ein ökonomisches Mittel in die Hand zu bekommen. Da ist die Staatsgewalt nicht wählerisch und beugt das Recht, sobald es dem politischen Willen nicht gehorchen will. Lieferverträge wird auch ein Staatsmonopol, wenn es denn entsteht, genau erfüllen; vom Verkauf der Rohstoffe hängen Russlands Deviseneinnahmen weitgehend ab. Verträge auszuhandeln darf aber nicht die Sache eigenwilliger, gar politisch ehrgeiziger Oligarchen oder gar ausländischer Teilhaber sein. Rohstoffe haben strategischen Charakter.

 

Da verzahnt sich die auswärtige mit der Innenpolitik. Der putinistische Staat kann sich, im Verständnis seiner Führer, nach außen hin nur dann als Großmacht glaubhaft darstellen, wenn er nicht von innerer Opposition geschwächt wird. Den Gedanken, dass gesellschaftliche Stärke gerade aus Demokratie wächst, dass die Kraft der Zivilgesellschaft den gesellschaftlichen Konsens herstellt, stabilisierend wirkt und die Handlungsfähigkeit der Gewählten vermehrt - den Gedanken können die Verfasser der herrschenden Meinung noch nicht denken. Er widerspricht ihrem unmittelbaren Interesse an der Machterhaltung.

 

Außenpolitik besteht großenteils darin, die Interessen der herrschenden Elite nach außen zu vertreten. Die Mittel dazu beziehen gerade autoritäre Eliten oft aus dem historischen Museum. Putin hat sich daraus bedient, die Staatssymbole und die Nationalhymne teils aus der zaristischen, teils aus der stalinistischen Vergangenheit entlehnt. Doch in beide Geschichtsperioden, wiewohl sie zu ausgewählten Teilen wieder verklärt werden, kehrt Russland nicht zurück. Das Gestrige ist Denkgewohnheit in der Vergangenheit lebender Randgruppen. Der Putinsche Staat ist nicht der Peters des Großen oder gar Stalins. Er ist der eines militärisch-industriell-bürokratischen Machtgefüges mit starker geheimdienstlicher Beimischung. Er existiert unabhängig vom Volk, in dem demokratische Hoffnungen weiterleben.

 

Die Nachbarn sehen im Streben nach russischer Großmacht andere Schatten der Vergangenheit. Sie haben diese Vergangenheit einige Jahrhunderte lang geteilt und sehnen sich nicht danach zurück. Dafür sprechen die Proteste in Kiew gegen den Vertreter des alten Establishments. Fr 23

 

 

 

Saudische Frauen brauchen langen Atem

 

Erstmals können sich in dem islamischen Königreich Männer für Teilwahlen auf kommunaler Ebene registrieren lassen. Bis zuletzt hat auch eine Frauengruppe für das aktive und passive Wahlrecht gekämpft - vergeblich

 

JIDDAH - Seit gestern können sich in Saudi-Arabien Männer für die Kommunalwahlen in der Hauptstadt Riad am 10. Februar 2005 registrieren lassen. In den anderen Landesteilen soll später gewählt werden. Bei den ersten Wahlen überhaupt soll die Hälfte der Mitglieder der Gemeinderäte gewählt werden, die andere wird ernannt. Für viele Frauen ist das eine herbe Enttäuschung, hatten sie doch gehofft, ebenfalls wählen und kandidieren zu können.

Die Debatte fing mit dem Begriff "Bürger" an. Denn das Gesetz gibt "jedem saudischen Bürger über 21 das Recht auf Wahlbeteiligung". Das Wort "Bürger" bezieht sich im Arabischen, genau wie im Deutschen, auf das männliche Geschlecht, aber nur, wenn auch Frauen erwähnt werden. Genau das ist aber nicht der Fall. Für die Historikerin Hatoon al-Fassi von der King-Saud-Universität in Riad war damit klar, dass auch Frauen das aktive und passive Wahlrecht haben.

Al-Fassi ist eine der wenigen, die von Anfang an an das Wahlrecht für Frauen geglaubt haben, selbst dann noch, nachdem Innenminister Prinz Naif Bin Abdul Asis dem Ansinnen am 11.Oktober eine Absage erteilt hatte. Die Regierung, sagte er, habe große Schwierigkeiten mit der Einführung von Wahlen für Männer gehabt. Deswegen hätte man die Beteiligung von Frauen verschieben müssen - unbefristet, versteht sich. "Wenn sich ein System für Männer finden lässt, kann es auch für Frauen geeignet sein", protestierte al-Fassi.

Die Professorin ist in einem Frauenverein von Intellektuellen namens "al-Multaka" (das Treffen) aktiv, der vor elf Jahren gegründet wurde. Ziel der Gruppe war, außerhalb der Universität einen geistigen Austausch zu ermöglichen, um den Mangel an öffentlichen Möglichkeiten zu kompensieren. Inzwischen beträgt die Mitgliederzahl 120, darunter sind Professorinnen und nichtberufstätige Frauen saudischer und anderer Nationalität.

Als die saudische Regierung im letzten Jahr Teilwahlen auf kommunaler Ebene ankündigte, wurde das Engagement für das Frauenwahlrecht für die Al-Multaka-Frauen sofort zum wichtigen Thema. Das Schwierigste war, geeignete Frauen zu finden, die bereit waren, zu kandidieren. "Wir haben eine Netzwerk-Gruppe aufgebaut. Jedes Mitglied hatte die Aufgabe, Frauen in Saudi-Arabien zu finden, die als Kandidatinnen infrage kommen", erklärt al-Fassi das Vorgehen. Al-Multaka verschickte Rundbriefe, in denen Interessierte über die gesetzlichen Bestimmungen sowie die Rechte als Wählerinnen und Kandidatinnen aufgeklärt wurden. Die Gruppe nutzte eine Konferenz im September in Riad, um mit Presseinterviews und Kolumnen eine breitere Öffentlichkeit zu erreichen.

Umso größer war die Enttäuschung nach der Erklärung des Innenministers. Aber die Aktivistinnen gaben nicht auf. Es gelang ihnen, fünf Kandidatinnen zu finden, die bereit waren, anzutreten. Sie wandten sich mit ihrem Anliegen auch an Prinz Mutib Bin Mikrin, den Chef des Komitees für Regionalwahlen. Doch seit Sonntag ist klar, dass die Al-Multaka-Frauen noch einen viel längeren Atem brauchen. " DAHLIA RAHAIMY taz 23

 

 

 

EU-Kommission startet mit neuer Personaldebatte

 

Der französische Verkehrskommissar Jacques Barrot hat in einem Schreiben an das EU-Parlament eingeräumt, Ende der 90er Jahre „Gegenstand eines juristischen Verfahrens“ gewesen zu sein

 

Brüssel  -  Bereits am ersten Tag ihrer Amtszeit ist die EU- Kommission von Präsident José Manuel Barroso erneut in die Schußlinie des Europäischen Parlaments geraten. Der französische Verkehrskommissar Jacques Barrot sah sich dem Vorwurf ausgesetzt, in Brüssel eine Verurteilung wegen illegaler Parteienfinanzierung verschwiegen zu haben. „Natürlich wäre Herr Barroso gerne über die persönliche Situation von Herrn Barrot auf dem Laufenden gewesen“, sagte Barrosos Chefsprecherin Françoise Le Bail am Montag.

Während liberale Europa-Abgeordnete eine Entbindung Barrots von seinen Aufgaben verlangten, wandte sich Bundesaußenminister Joschka Fischer gegen neue Personaldebatten rund um die Brüsseler Behörde. Die EU-Kommission müsse sich jetzt auf die Sacharbeit konzentrieren, sagte Fischer in Brüssel. Barrosos Team trat sein Amt wegen Kritik an mehreren Kommissaren erst mit drei Wochen Verspätung an.

Barrot wehrte sich in einem Brief an Parlamentspräsident Josep Borrell gegen die Vermutung, er habe seine Vergangenheit verschleiern wollen. Er habe es nicht für nötig gehalten, eine von einer Amnestie aufgehobene Verurteilung mitzuteilen, die seinerzeit öffentlich bekannt gewesen sei, schrieb Barrot. Er erinnerte daran, daß die Verurteilung nach der Amnestie gemäß französischem Recht aus dem Vorstrafenregister gestrichen wurde.

Der liberale Fraktionchef Graham Watson forderte den Rücktritt Barrots. Zumindest solle der Franzose sein Amt vorläufig ruhen lassen. „Wenn sich die Vorwürfe bestätigen, dann ist es ein grober Vertrauensbruch, daß Barrot seine Verurteilung den Abgeordneten nicht berichtet hat“, erklärte Watsons deutsche Stellvertreterin Silvana Koch-Mehrin.

Barroso hat nach Angaben seiner Sprecherin erst vergangene Woche von der Verurteilung Barrots vor vier Jahren erfahren. Unmittelbar bevor das Europa-Parlament dem Barroso-Team am Donnerstag das Vertrauen aussprach, hatte ein britischer Abgeordneter den Vorgang im Plenum zur Sprache gebracht. Das Parlament hatte vor der Abstimmung den Wechsel von drei Kommissaren erreicht. Es stimmte außerdem für eine Entschließung, die den Abgeordneten mehr Macht zur Entlassung von Kommissaren geben soll.

Barrots Fall sei „völlig verschieden“ von dem der ausgetauschten Kandidatin Ingrida Udre, meinte Chefsprecherin Le Bail. Auf Barrosos Wunsch hin hatte die lettische Regierung Udre wegen des gerichtlich nicht geklärten Vorwurfs illegaler Parteienfinanzierung vor ihrer Bestätigung ausgewechselt. Barrot gehöre der Kommission dagegen schon seit dem 1. April an, betonte Le Bail. Damals habe niemand an seiner Vergangenheit Anstoß genommen.  WELT.de/dpa

 

 

 

 

EU baut mobile Truppen auf

 

Von Thomas Gack, Brüssel

 

Die Europäische Union bereitet sich darauf vor, auf internationale Krisen auch militärisch reagieren zu können. Die EU-Verteidigungsminister haben am Montag in Brüssel vereinbart, 13 Kampfgruppen („Battlegroups“) bereitzustellen, die innerhalb von fünf bis zehn Tagen weltweit einsatzbereit sein müssen – für humanitäre Rettungsaktionen, aber auch für „robuste“ militärische Krisenbewältigung. Bei den EU-Kampfgruppen handelt es sich um hoch mobile Verbände von bis zu 1500 Soldaten, die in den Streitkräften der EU-Staaten in ständiger Bereitschaft gehalten werden, um von Fall zu Fall zu einer schnellen EU-Eingreiftruppe zusammengestellt zu werden. Die Soldaten sollen in der Lage sein, mindestens 30 Tage lang selbstständig zu operieren. Neu versorgt, sollen ihre Einsätze auf bis zu 120 Tage ausgedehnt werden können.

 

Deutschland wird für vier der 13 EU-Kampfgruppen Bundeswehreinheiten bereitstellen. In der gleichen Zusammensetzung wie im Eurokorps werden Deutschland, Frankreich, Spanien, Belgien und Luxemburg eine selbstständig operierende Einheit bilden. Eine zweite „EU-Battlegroup“ wird aus deutschen, niederländischen und finnischen Truppenteilen bestehen. Mit Österreich und Tschechien wird Deutschland eine mitteleuropäische Kampfgruppe bilden und mit Polen, der Slowakei, Lettland und Litauen eine osteuropäische EU-Truppe.

 

Schweden, Finnland und Norwegen, das nicht zur EU gehört, sich aber am militärischen EU-Krisenmanagement beteiligen wird, bilden eine skandinavische EU-Streitkraft. Neben ihren Beiträgen zu den multinationalen EU-Truppen werden Frankreich, Italien, Spanien und Großbritannien nationale Kampfgruppen bilden, die sie der EU für die gemeinsame Krisenbewältigung zur Verfügung stellen. „Die EU-Battlegroups stehen nicht im Widerspruch zur Nato, sondern ergänzen und unterstützen das Konzept der Nato-Reaktionsstreitkräfte“, erklärte am Montag der Vorsitzende des EU-Verteidigungsministerrats, der niederländische Minister Henk Kamp.

 

Spätestens Anfang 2007 soll die EU-Truppe, so haben die EU-Verteidigungsminister am Montag versprochen, voll einsatzbereit sein. Den ersten Praxistest hat die EU-Sicherheitspolitik inzwischen schon bestanden. Im Sommer 2003 verhinderte eine kleine EU-Eingreiftruppe unter französischer Führung in Bunia im Osten Kongos ein Massaker zwischen verfeindeten Stämmen.  Tsp 23

 

 

 

 

EU-Kamptruppen. Wehrhafte Union

 

VON MARTIN WINTER

 

Wer sich Europa und seine vielfältigen eigenen Probleme von der Bildungsmisere bis zur Arbeitslosigkeit anschaut, der mag sich zweifelnd fragen, ob die EU nun auch noch Kampfeinheiten für den Einsatz in fernen Ländern braucht. Die Antwort ist vergleichsweise einfach: Ja.

 

Nicht weil die Europäer ihre Freiheit am Hindukusch verteidigen müssten, wie der deutsche Wehrminister einmal jenseits der Weltrealität und ihrer strategischen Bedingungen verkündete. Sondern weil die Welt gefährlich geworden ist, weil immer mehr Feuer vor der europäischen Tür glimmen und weil die alte Formel nicht mehr stimmt, dass es die USA schon in unserem Sinne richten werden. Und weil wir alle diese Bilder von marodierenden Banden, mordenden Kindersoldaten und Reitermilizen nicht ertragen können, die ganze Landstriche in Massengräber verwandeln. Wer nach einem Ende der Gewalt in Bunia oder in Darfur ruft, der muss auch bereit sein, der Gewalt ein Ende zu setzen. Die militärische Option ist dafür selten die einzige und nicht immer die beste. Aber manchmal die einzige, um wieder Platz zu schaffen für Politik. Und um tendenziell gewalttätige Regime einzudämmen.

 

Die EU ist ein Koloss gemessen an der Zahl ihrer Menschen, an ihrem zivilisatorischen und technischen Stand und an ihrer Wirtschaftskraft. Wer so groß ist, der muss in der Welt eine Rolle spielen. In dieser Welt geht das in Krisenregionen aber nur, wenn hinter diplomatischen Forderungen und politischem Druck im Fall des Falles die Drohung mit dem Militär steht. Im Balkankrieg nannte man das in den USA "robuste Diplomatie".

 

So weit wird der Eindruck noch nicht reichen, den die nun beschlossenen battle groups der EU machen können. Dafür sind sie zu wenige und ihrem Einsatz müssen immer alle 25 Mitgliedstaaten zustimmen. Und doch sind sie mehr als nur das Signal, dass die Europäer nicht nur reden. Kombiniert mit langfristigen Militäreinsätzen und mit den zunehmend ausgebauten Instrumenten zur zivilen Krisenbewältigung schält sich das Bild einer EU heraus, die Verantwortung für sich selbst übernimmt. Gemessen an der Dimension, um die es geht, sind die Einsätze gering. Wenn selbst die am Mangel an Geld zugrunde gehen, wird das in Zukunft viel mehr kosten, als man gegenwärtig sparen kann. Fr 23

 

 

 

 

Der Mohr heißt Seehofer, er kann gehen

 

Der CSU-Vize wurde von Edmund Stoiber ausgetrickst – und hat selbst dabei mitgeholfen. Denn Seehofer war zu gutgläubig und zu machtversessen, um die Ränkespiele der Union zu durchschauen.  Von Heribert Prantl

 

Der Mohr heißt Seehofer; er hat seine Schuldigkeit getan. Er kann gehen, Stoiber hält ihn nicht, Stoiber stützt ihn nicht. Der Herr der CSU hat schon erreicht, was er wollte: Sein Parteitag ging leidlich gut über die Bühne, ein Aufstand mit oder für Seehofer fand nicht statt.

 

Der hat zuvor den CSU-Parteitag gemieden, er hat nicht versucht, am richtigen Ort an das soziale Gewissen seiner Partei zu appellieren. Er hat nicht die Konfrontation mit Stoiber gesucht, er hat nicht seine Truppen gesammelt, er ist nicht in eine Parteitags-Schlacht gezogen, die er verloren hätte.

 

Seehofer bekam, vereinbarungsgemäß, ein politisches Zahnweh. Er hat aber nicht damit gerechnet, dass ihm anschließend Stoiber höchstselbst den Zahn ziehen wird.

 

Selbst ausgetrickst - Seehofer sei als stellvertretender Chef der CDU/CSU-Bundestagsfraktion wegen seiner Dauerkritik am Gesundheitskompromiss nicht mehr durchsetzbar gewesen, so heißt es. Stoiber hat aber auch nichts dafür getan, um ihn bei der CDU weiter durchzusetzen.

 

Stoiber hatte dies zwar seinem Stellvertreter versprochen, aber diese Ankündigung und dieses Versprechen datieren aus einer Zeit, als Stoiber Seehofer noch brauchte – das ist zwar erst ein paar Tage her, aber das war eben vor dem CSU-Parteitag. Seehofer war zu gutgläubig und zu machtfixiert, um das Spiel der Macht zu durchschauen. Er hat sich austricksen lassen – und sich selbst ausgetrickst.

 

Seehofer hat einen schweren Fehler gemacht: Er hätte noch vor dem CSU–Parteitag als Fraktions-Vize zurücktreten sollen und dann auf dem Parteitag, wie weiland Luther auf dem Reichstag zu Worms, sagen sollen: Hier stehe ich, ich kann nicht anders. Er hätte zwar auch dann nicht obsiegt, weil die Freude der Parteibasis am Sachverstand und der Volkstümlichkeit Seehofers zwar groß, aber nicht so groß ist, als dass man es in Kauf genommen hätte, Stoibers Autorität zu demontieren.

 

Robin Hood der CSU - Aber: Über Seehofer wäre nicht, wie einst über Luther, Acht und Bann verhängt worden, er hätte, mit dem Nimbus des Robin Hood der CSU, seine Linie weiter mit Nachdruck verfechten können. Jetzt muss er mit dem falschen Vorwurf der Feigheit und der Taktiererei leben.

 

Einer, der gegen den Strom schwimmt, kann nicht erwarten, dass der seine Richtung ändert. Aber er kann mit Aufmerksamkeit rechnen, solange er nicht untergeht. Jetzt ist Seehofer untergegangen.

 

Der späte Rücktritt macht seine Position nun schwächer, als diese es verdient. Nach einem verlorenen Parteitag hätte er darauf warten können, dass er eines Tages rehabilitiert ist, wenn sich der Unsinn des Gesundheitskompromisses manifestiert, aber kein Parteihahn mehr danach kräht.

 

Er hätte sich also von Stoiber besiegen lassen und sich gleichzeitig sagen können: Meine Stunde kommt schon wieder. Das ist jetzt viel schwieriger geworden. Seehofer mag mit sich im Reinen sein; aber sein Ziel, den Ausverkauf der Sozialpolitik zu verhindern, ist kaum mehr zu erreichen. Seehofer wird wohl in den nächsten Monaten erleben, wie Stoiber und Co. versuchen, ihn auch als CSU-Vize abzusägen. In einem Jahr wird die Parteispitze neu gewählt.

 

Exodus des Sachverstandes - Angela Merkel ist, nach Friedrich Merz, einen weiteren Kritiker los. Richtig freuen sollte sie sich darüber nicht. Die Union ist mit Fachleuten nicht so gesegnet, dass sie alle paar Monate den Verlust von Spitzenkräften verkraften könnte.

 

Was zunächst wie ein Merkel’scher Sieg aussieht, ist in Wahrheit der Exodus des Sachverstandes aus der Spitze der Fraktion. Seehofers Kompetenz war und ist über alle Zweifel erhaben. Merz fehlt der Union schon jetzt.

 

Als politische Schwergewichte hat die Parteichefin nun nur noch Wolfgang Schäuble (Außenpolitik) und Wolfgang Bosbach (Innenpolitik) hinter oder neben sich. Das ist zu wenig. Merkel fehlt es offenbar an der Fähigkeit, mit der Helmut Kohl einst die CDU aus der Opposition geführt hat: eine starke Mannschaft an sich zu binden. 

Sz 23

 

 

 

 

Seehofer zurückgetreten. Abschied von der alten Union

 

Für die Spitzenpolitiker der Union galt Horst Seehofer zuletzt nur noch als pathologischer Fall. Sein Verhalten "absurd", der Rücktritt "konsequent": Die Wortmeldungen des gestrigen Tages erweckten den Eindruck, als sei der Frontmann des CSU-Sozialflügels nicht mehr ganz dicht. Seehofer hat sich zwar zuletzt wie eine Diva geriert und dabei zusehends das Gespür für das politisch Machbare verloren. Doch ist es nicht Seehofer, der sich in den vergangenen Jahren veränderte; vielmehr sind CDU und CSU nicht mehr die Parteien, denen der Ingolstädter einst als Gesundheitsminister diente. KOMMENTAR   VON RALPH BOLLMANN

 

Das politische Spektrum der Union hat sich seit dem Ende der Kohl-Ära dramatisch verengt. Auf der Linken zeigt Seehofers Rücktritt erneut den Niedergang des Sozialflügels; Norbert Blüm wird nur noch ausgelacht, auch auf Heiner Geißler will niemand mehr hören. Aber auch auf der Rechten fehlen jene rustikalen Figuren, die das nationalkonservative Milieu bedienten - ob sie nun Manfred Kanther hießen oder Alfred Dregger, Heinrich Lummer oder auch Franz Josef Strauß. Die Extreme trafen sich im Glauben an den starken Staat. Von Konrad Adenauer bis zu Helmut Kohl war die CDU eine durch und durch patriarchalische Partei. Die Wähler, die ihre Stimme diesen politischen Übervätern schenkten, erhielten im Gegenzug Schutz vor äußerer Unbill und materieller Not.

Ein solches Denken ist der kühlen Taktikerin Angela Merkel ebenso fremd wie dem technokratischen Reformer Edmund Stoiber. In den sechs Jahren seit dem Machtverlust im Bund hat sich die Union erstaunlich schnell von einer konservativen in eine liberale Partei verwandelt - im doppelten Sinne des Wortes. Gesellschaftspolitisch wollen CDU und CSU die Homoehe so wenig rückgängig machen wie das Bekenntnis zur Einwanderung, das selbst die lauten Rufe nach einer größeren Integrationsbereitschaft nur unterstreichen. Auf ökonomischem Gebiet hat die Union den rheinischen Kapitalismus mit seinem menschlichen Antlitz durch die Entfesselung des Marktes ersetzt. Wie sich gezeigt hat, waren Stoibers Einwände hier rein taktischer Natur und nicht von Überzeugungen gespeist.

Freilich entspringt dieser Kurswechsel nicht bloß einer Laune des Führungspersonals. Es sind die Milieus des klassischen Konservativismus selbst, die sich aufgelöst haben. Deswegen ist der Abschied von Seehofer nur ein Symptom für den Abschied von der alten Union. Taz 23

 

 

 

 

Zuwanderer der ersten Generation sollen verstärkt eingebürgert werden

 

von Martin Lutz

 

Berlin  -  Einwanderer mit dem Ziel der Einbürgerung sollten sich nach Ansicht von Innenminister Otto Schily (SPD) langfristig als Deutsche fühlen und auch so bezeichnen. "Wenn sie deutsche Staatsangehörigkeit wollen, dann müssen sie am Schluß sagen, sie sind Deutsche", sagte Schily. Parallelgesellschaften seien nicht akzeptabel. Sie führten zu geschlossenen Siedlungsgebieten mit doppelten Ortsschildern: "Das wollen wir nicht."

Während Schily die "Multikulti-Seligkeit" der Grünen kritisiert, werden dort weitere Erleichterungen bei der Einbürgerung gefordert. "Die Einbürgerung der ersten Generation der Zuwanderer muß auf der gesetzlichen Grundlage vorangetrieben werden. Das ist ein wichtiges integrationspolitisches Signal", sagte Marieluise Beck, die Bundesbeauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, der WELT. Zwar gebe schon jetzt die Möglichkeit, lange in Deutschland lebende Einwanderer einzubürgern. Doch in der Praxis würden die Behörden davon viel zu selten Gebrauch machen. "Noch immer sind zu viele Mitbürger vom Wahlrecht ausgeschlossen. Solche weiteren Schritte zur politischen Teilhabe sind nötig, um die Menschen besser als bisher in unsere Gesellschaft einzubinden", sagte Beck dieser Zeitung. Wenn Deutschland den Menschen die Hand reiche, werde es vielen, "die seit 25 Jahren bei uns leben, nicht mehr so schwer fallen sich zu integrieren". Auch Grünen-Chefin Claudia Roth verfolgt das Ziel, Einwanderer der ersten Generation besserzustellen. "Die Gastarbeiter haben für uns 30 Jahre malocht, können aber in vielen Fällen nur gebrochen Deutsch. Sie brauchen eine Hilfestellung", sagte der Grünen-Bundestagsabgeordnete Winfried Hermann. Es werde daher nicht funktionieren, der ersten Einwanderergeneration bei der Einbürgerung abzuverlangen, perfekt Deutsch zu können.

Die Sozialdemokraten riefen alle Ausländer auf, Deutsch zu lernen. "Denn ohne Kenntnisse der deutschen Sprache ist Integration nicht möglich", sagte Bundeskanzler Gerhard Schröder. Auch Schily erklärte, Deutsch sei die "Kernkompetenz", um sich in eine Gesellschaft einzuleben. Ohne gute Sprachkenntnisse sei eine Integration in das Berufsleben nicht zu schaffen. Der Staat mache mit den Deutschkursen, die das neue Zuwanderungsgesetz ab Januar vorsehe, umfassende Angebote. Er bedauerte allerdings, daß es noch immer türkische Männer gebe, die ihre Frauen davon abhielten, Deutsch zu lernen.

SPD-Chef Franz Müntefering verlangte in einem dreiseitigen Brief an die SPD-Gremien in Bund und Ländern mehr Sprachtests für vier- bis fünfjährige Kinder an den Grundschulen und einen obligatorischen Sprachkurs bei "bedenklichen Mängeln". Zugleich warnte er davor, die "Probleme der Extremismus- und der Terrorbekämpfung der Integration" aufzuladen. Er kritisierte "einige durchsichtige und auch charakterlose Versuche, das Thema anzuheizen".

Auch CDU-Chefin Angela Merkel sieht in den Deutschkenntnissen einen Schlüssel für die Integration, da diese "so etwas wie die Eingangstür" in die Gesellschaft seien. Aus Sicht von Unionsfraktionsvize Wolfgang Bosbach müssen Ausländer darüber hinaus Werte wie Gleichberechtigung akzeptieren. Wichtig seien etwa die Akzeptanz der Gleichberechtigung von Mann und Frau, des staatlichen Gewaltmonopols und die Trennung von Kirche und Staat.

Die Forderung der CSU, Einwanderer müßten sich der deutschen "Leitkultur" anpassen, lehnte Schily ab. Es sei "kläglich", daß CSU-Chef Edmund Stoiber den "schwachsinnigen" Begriff der deutschen Leitkultur wieder aus der Mottenkiste hole. Grünen-Chef Reinhard Bütikofer warnte, wer jetzt von Leitkultur rede, fördere einen Kampf der Kulturen, aber nicht ein vernünftiges Miteinander. Er sprach sich für eine multikulturelle Demokratie auf Grundlage demokratischer Werte aus. "Das Grundgesetz gilt. Punkt. Ohne Abstriche." Ähnlich äußerte sich auch SPD-Fraktionsvize Michael Müller. "Die richtige Leitkultur sind die ersten 20 Artikel des Grundgesetzes", sagte Müller der WELT. Gleichzeitig sollten Unterschiede der Kulturen in der Verfassung anerkannt werden. Auch der frühere CDU-Generalsekretär Heiner Geißler und der Vorsitzende des deutsch-türkischen Forums in der CDU, Bülent Arslan, distanzierten sich von dem Begriff Leitkultur. Dw 23

 

 

 

 

Müntefering warnt vor Hetze gegen Moslems

 

SPD-Chef sieht Ausländerintegration nicht als gescheitert an / Kanzler plädiert für Kopftuchverbot - In der wieder aufgeflammten Debatte über eine deutsche "Leitkultur" macht die SPD Front gegen die These von der gescheiterten Integration moslemischer Zuwanderer. VON KNUT PRIES

 

Berlin · In einem Brief an die Parteigremien verwies SPD-Chef Franz Müntefering auf die Demonstration von rund 20 000 Moslems am Sonntag, die "ein gutes Zeichen" gesetzt habe und "näher an der Wirklichkeit (sei) als manche hysterische Reaktion dieser Wochen". Gefahren, wie sie der Mord an dem holländische Filmemacher Theo van Gogh und die folgenden Ausschreitungen verdeutlicht hätten, dürften nicht zu pauschaler Verdächtigung und Agitation missbraucht werden.

 

Kritisch bezog sich der SPD-Vorsitzende auf einige Schlüssel-Begriffe und -Thesen der neuerlichen Diskussion, wonach die moslemischen Migranten in "Gegenwelten" oder "Parallellgesellschaften" leben, tyrannische Familienverhältnisse pflegen und dringend der Anpassung an eine deutsche Leitkultur bedürfen. "Alles Trennende wird betont. Wir sollten es besser wissen und die Untiefen bedenken. Von fremd zu gefährlich ist es im Kopf nicht weit und im Bauch schon gar nicht", heißt es im Schreiben, das Müntefering am Montag vorstellte.

 

Entscheidend für ein vernünftiges Zusammenleben der unterschiedlichen politischen und religiösen Überzeugungen in der deutschen Gesellschaft seien, so Müntefering, die Werte des Grundgesetzes. Unerlässlich sei dabei, dass Kinder aus nicht-deutschen Familien besser Deutsch lernten. Insgesamt trügen aber die 3,3 Millionen Moslems hierzulande zur wirtschaftlichen Stärke und Kultur bei. Es sei unzulässig, das Verhalten einzelner Krimineller oder Extremisten zu verallgemeinern. Wer die Debatte in dieser Form anheize, um von eigenen Problemen abzulenken, handle "durchsichtig und charakterlos", erklärte Müntefering.

 

Für ein Kopftuchverbot an Schulen und im öffentlichen Dienst sprach sich indes Bundeskanzler Gerhard Schröder (SPD) aus. Wer hier leben wolle, müsse sich an die Gesetze halten und die deutsche Sprache lernen, sagte Schröder in der ARD.

 

Bundesinnenminister Otto Schily (SPD) verlangte von Zuwanderern eine Grundsatzentscheidung. "Wenn sie hier auf Dauer leben wollen (...), müssen sie am Schluss sagen: Sie sind Deutsche."

 

CDU/CSU kündigten einen Antrag gegen "politischen Islamismus" an. Darin sollen Eingewanderte auf die Anerkennung der "freiheitlichen demokratischen Leitkultur in Deutschland" verpflichtet werden. Fr 23

 

 

 

 

Deutsche Parallelgesellschaft

 

von Peter Dausend

 

Wir sind zwar nicht unbedingt der Meinung von CDU-Chefin Angela Merkel, wonach Einwanderer "ohne Wenn und Aber unsere christlich-abendländische Wurzeln tolerieren müssen", da wir zum Beispiel die christlich-abendländische Wurzel der Hexenverbrennung für ebensowenig tolerabel erachten wie den Kolonialismus, das Novemberwetter oder Eisbein mit Sauerkraut. Ganz zu schweigen von Dressurreiten und Johannes B. Kerner. Davon abgesehen, halten aber auch wir es, wie der im bayrischen Exil sehnsuchtsvoll nach Berlin schauende Günther Beckstein, für durchaus hilfreich, wenn der Einwanderer sich sprachlich am Einheimischen orientierte. Dann könnte gewiß schon bald der zugewanderte Afghane mit dem auswärts essenden Deutschen gleichziehen - und beim Italiener "Schpageddi Mongole" bestellen. Von da ist es dann nur noch ein kleiner Schritt zur gelungenen Integration - und zu "due expressos, por favor".

Daß sich der einwandernde Ausländer nur ungern dem einheimischen Deutschen anpaßt, ist hinreichend beklagt. Wie aber paßt sich der auswandernde Deutsche dem im Ausland ja einheimischen Ausländer an? Dieser überaus interessanten Fragestellung sind wir nun in einem dreiwöchigen Selbstversuch nachgegangen - und nach Vietnam gereist. Wieso ausgerechnet Vietnam? Nun, weil wir schon immer einmal ohne Wenn und Aber buddhistisch-taoistische Wurzeln tolerieren wollten - und weil wir Länder mögen, die es an Exotik mit Sachsen-Urwald aufnehmen können.

Das Ergebnis unserer empirischen Untersuchung ist allerdings ernüchternd: Der Deutsche zeigt im Ausland eben jene Integrationsunwilligkeit, die er beim Ausländer in Deutschland stets beklagt. Sein Vietnamesisch kommt über "Do you speak English?" nicht hinaus, sein Bekenntnis zur vietnamesischen Leitkultur bleibt ihm beim "gedämpften Hund mit Zitronengras" im Halse stecken und seine "Socken in Sandalen"-Auftritte beleidigen nicht nur das ästhetische Empfinden der Vietnamesen, sondern auch deren Nasen. Das ganze Ausmaß der Integrationsunwilligkeit zeigt sich im Entstehen deutscher Parallelgesellschaften in Vietnam. In Edelhotels und Backpacker-Kneipen kapseln sich Deutsche von ihrem Gastgeberland hermetisch ab. In den einen zahlen Besserreisende 150 Dollar pro Nacht, damit Vietnam draußen vor der Tür bleibt. Und in den anderen treffen Individualreisende andere Individualreisende, um sich gegenseitig zu bestätigen, wie individuell doch Individualreisende den Trampelpfad ihres Individualreiseführers entlangtrampeln. Und was lernen wir daraus? Daß die Welt in Parallelgesellschaften ein ziemlicher "Lonely Planet" sein muß.  Dw 23

 

 

 

Verbote allein reichen nicht

 

Im Bundestag ergründeten Experten, was die Berliner Antisemitismuskonferenz

der OSZE gebracht hat. Bald soll es einen Beauftragten für das Thema geben

Bald wird es also einen Mister oder eine Misses Anti-Antisemitismus geben. Das ist eines der Ergebnisse der großen OSZE-Konferenz gegen Antisemitismus, die Ende April in Berlin stattfand. Das sagte der Staatssekretär im Auswärtigen Amt, Klaus Scharioth, bei einer Anhörung im Bundestag zum Thema Antisemitismus.

Organisiert hatte dieses öffentliche Expertengespräch die deutsche Delegation in der Parlamentarischen Versammlung der OSZE, in deren Auftrag der oder die Antisemitismus-Sonderbeauftragte handeln soll. Aller Voraussicht nach wird die OSZE-Ministerkonferenz schon Anfang Dezember die Schaffung dieses Postens beschließen, wie Scharioth für das Außenamt erklärte.

Zur der OSZE-Konferenz gegen Antisemitismus waren Ende April im Auswärtigen Amt etwa 900 Experten von 55 Staaten und 150 Nichtregierungsorganisationen zusammengekommen. Eine "Berliner Erklärung" war verabschiedet worden, die erstmals auf einer internationalen und völkerrechtlich verbindlichen Ebene Judenhass verurteilt hatte. Auch konkrete Maßnahmen hatte diese Erklärung angemahnt. Die gestrige Anhörung im Bundestag sollte klären, wie diese Abschlusserklärung in konkrete Politik umgesetzt worden ist. Hat die OSZE-Konferenz also etwas gebracht außer großen Worten?

Die Fachleute waren sich weitgehend einig, dass die Konferenz tatsächlich "ein wichtiger Schritt in die richtige Richtung" war, wie Juliane Wetzel vom Berliner Zentrum für Antisemitismusforschung es formulierte. Die politische Klasse müsse in den OSZE-Mitgliedstaaten nun jedoch verstärkt Projekte unterstützen, die gegen Antisemitismus kämpften. Die Regierungen im OSZE-Raum müssten auch verbale antisemitische Entgleisungen oder Hetze bekämpfen - etwa wenn öffentlich das Existenzrecht Israels in Frage gestellt werde oder alle Juden in den Mitgliedstaaten für die Politik Israels verantwortlich gemacht würden.

Zudem forderten die Experten auch, dass - wie auf der Konferenz beschlossen - möglichst schnell einheitliche Kriterien und ein umfassendes System zum Erfassen antisemitischer Straftaten im ganzen OSZE-Raum erarbeitet werden müsse. Vor allem aber bei der Grundfrage "Was ist Antisemitismus?" gab es auf der Anhörung trotz der vorherigen Konferenz zum Thema nach wie vor unterschiedliche Meinungen. So betonte etwa Brian Klug von der Saint Xavier University in Chicago, dass es nach wie vor keine allgemein akzeptierte Definition von Antisemitismus gebe. Er beispielsweise halte auch "unfaire" und "überzogene" Kritik an Israel nicht für antisemitisch - während die Mehrheit der anwesenden Experten das Dämonisieren des jüdischen Staates als in der Regel antisemitisch konnotiert einstufte.

Zu einem mittleren Eklat kam es, als der Politologe und Publizist Alfred Grosser aus Paris bemängelte, dass jüdische Organisationen und die israelische Regierung das Leid von Nichtjuden zu wenig anerkennen würden. Grosser, selbst jüdischer Herkunft, wurde daraufhin von mehreren Fachleuten kritisiert. So betonte etwa Stephan Kramer, Generalsekretär des Zentralrats der Juden, dass seine Organisation sich aktiv auch für nichtjüdische Gruppen einsetze - auch wenn der Zentralrat dies selten an die große Glocke hänge. Klar sei jedenfalls, dass gegen Antisemitismus "Verbote allein nicht reichen".

Auch hier gab es einen Konsens. Ob es allerdings, wie es der Bundestagsabgeordnete Gerd Weisskirchen (SPD) zum Abschluss der Anhörung forderte, einen nationalen Aktionsplan gegen Antisemitismus geben wird, ist noch offen.

PHILIPP GESSLER taz 23

 

 

 

Früherem PKK-Aktivisten droht Abschiebung

 

Kurdengruppe und türkische Justiz sind Sait C. auf den Fersen - dennoch soll er ausgeliefert werden - Darf Deutschland einen angeblichen PKK-Terroristen an die Türkei ausliefern, obwohl er sich längst von der Partei distanziert hat und derzeit noch asylberechtigt ist? "Nein", finden Menschenrechtsorganisationen und setzen sich für einen Türken in Bremen ein. VON ECKHARD STENGEL

 

Bremen · Sait C. war in der Türkei Funktionär der Kurdenpartei PKK und Guerilla-Kommandant, sagen seine Anwälte. Ende der 90er Jahre habe er sich aber vom bewaffneten Kampf losgesagt. Daraufhin hätten seine Genossen ihn als Verräter verfolgt. Auch die türkische Justiz ist ihm auf den Fersen, denn er soll an 17 Gewalttaten einschließlich Morden beteiligt gewesen sein - was C. aber bestreitet.

 

2001 flüchtete er nach Deutschland und wurde schnell als asylberechtigt anerkannt. Die Türkei forderte seine Auslieferung, um ihn vor Gericht zu stellen, doch Deutschland lehnte ab - auch, weil niemand in ein Land abgeschoben werden darf, in dem es die Todesstrafe gibt. Inzwischen aber hat sich das Blatt gewendet. Die Türkei verzichtet auf Todesurteile und das Flüchtlingsbundesamt widerrief das Asyl: unter anderem, weil sich C. wahrscheinlich nur von der PKK losgesagt habe, um aus dem Exil noch radikaler gegen die Türkei zu kämpfen. Deshalb gefährde er die Sicherheit Deutschlands. Seine Anwälte widersprechen diesen Vermutungen vehement und haben Klage eingereicht, so dass der Asyl-Widerruf noch nicht rechtskräftig ist. C. habe "ein neues Leben" begonnen. In Hamburg, wo seine sechsjährige Tochter bei Verwandten wohne, besuche er ein Studienkolleg, in Bremen engagiere er sich bei den Grünen.

 

Doch die deutschen Behörden bereiten jetzt die Auslieferung vor. Nach FR-Informationen bestand das Bundesjustizministerium Ende September, trotz anfänglicher Bedenken der Bremer Generalstaatsanwaltschaft, auf C.s Festnahme - auch wenn eine Sprecherin inzwischen sagt: "Wir drängen da gar nicht." Ein Mobiles Einsatzkommando nahm ihn gefangen. Das Bremer Oberlandesgericht (OLG) ordnete vorläufige Auslieferungshaft an, ließ C. aber kürzlich unter Auflagen vorerst wieder frei: wegen fehlender Fluchtgefahr.

 

Als nächstes muss das OLG nun entscheiden, ob die Bundesregierung den Türken tatsächlich ausliefern darf oder ob zumindest das Ende des Asylwiderruf-Verfahrens abgewartet wird. Sofortiges Ausliefern wäre laut OLG-Haftbeschluss durchaus denkbar. Denn bei schwerer Gefahr für die deutsche Sicherheit dürften auch Asylberechtigte abgeschoben werden, und in der Türkei sei zumindest bei Strafgefangenen keine Folter zu befürchten.

 

Menschenrechtler protestieren - Ganz anderer Ansicht ist die Menschenrechtsorganisation Amnesty International: Würde C. "an den Verfolgerstaat" ausgeliefert, wären die Menschenrechts- und Flüchtlingskonventionen verletzt, erst recht bei noch laufendem Asylverfahren. In der Türkei sei kein fairer Prozess zu erwarten, außerdem drohe ihm dort durchaus Folter. Proteste kommen auch vom Menschenrechtsverband Human Rights Watch und vom Republikanischen Anwaltsverein. Und die Bremer Grünen mahnen: "Wer wie er zwischen die Fronten eines schmutzigen Krieges gerät und heute sowohl von der Türkei als auch von der PKK verfolgt wird, muss größtmöglichen Schutz durch unsere rechtsstaatliche Ordnung erhalten." Fr 23

 

 

 

 

CDU: Schnelle Abschiebung von Ausländer

 

Berlin - Die Union fordert von der Bundesregierung ein deutlich härteres Vorgehen gegen illegal in Deutschland lebende Ausländer. Wer ausreisepflichtig sei, müsse das Land in Zukunft tatsächlich verlassen, sagte Fraktionsvize Wolfgang Bosbach der «Berliner Zeitung».

Dazu müssten Abschiebehindernisse beseitigt werden. In einem Antrag, der Anfang Dezember im Bundestag behandelt werden soll, werde die Unionsfraktion einen umfangreichen Maßnahmenkatalog vorschlagen, der von finanziellen Sanktionen über Fingerabdruckdateien bis zur Einführung von Beugehaft für kooperationsunwillige Ausländer reiche.

«Was nutzt es, wenn man nach jahrelangen Verwaltungs- und Gerichtsverfahren endgültig und rechtskräftig feststellt, dass jemand Deutschland verlassen muss, man diese Ausreisepflicht aber nicht durchsetzen kann?», fragte Bosbach. In Deutschland lebten über 220 000 Ausländer, die weder über eine Aufenthaltsgenehmigung noch eine Duldung verfügten, aber trotzdem nicht abgeschoben werden können.

Das größte Problem sei, die betroffenen Ausländer zweifelsfrei zu identifizieren. Oft seien diese nicht bereit, bei der Ermittlung ihrer Identität mitzuhelfen. Über die Hälfte der Asylbewerber könnten überhaupt keine Ausweispapiere vorweisen. «Manchmal werden die Pässe irgendwo über den Zaun geworfen, manchmal findet man sie auch in den Asylbewerber- Unterkünften», sagte Bosbach.

CDU und CSU fordern deswegen, Staatsangehörigen von so genannten Risikoländern bei der Visumvergabe einen Fingerabdruck abzunehmen, um die spätere Identifizierung zu erleichtern. Ausländern, die sich weigern, bei ihrer Identifizierung und Rückführung mitzuwirken, sollten die Sozialleistungen gekürzt werden. In besonders schweren Fällen seien strafrechtliche Konsequenzen vorzusehen. dpa

 

 

 

 

Deutsche Schule. Wieder nur Mittelmaß

 

Seit "Pisa I" ist Bewegung in die Bildungspolitik gekommen - aber ob die Konsequenzen richtig sind, ist strittig - Deutsche Schüler landen auch in der zweiten PISA-Studie trotz leichter Verbesserungen erneut nur im Mittelfeld. Die Bundesregierung sieht jedoch keinen Anlass, in der Bildungspolitik umzusteuern. Die bereits auf den Weg gebrachten Reformen müssten aber konsequent verfolgt werden. Der Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI) forderte eine Reform des Bildungswesens. VON RICHARD MENG (BERLIN)

 

Je näher dran am Bildungswesen, desto geringer die Aufregung: So lassen sich die ersten Reaktionen auf die neuesten Pisa-Ergebnisse zusammenfassen. Die Forscher stellen fest, dass Deutschland erneut nicht über Mittelmaß hinauskommt. Die darauf folgenden Alarmrufe kommen aus einer Gesellschaft, die zunehmend unruhig wird, wenn ihren Schulen im internationalen Vergleich immer wieder nur mittelmäßige Noten gegeben werden. Von Bildungsministern und Lehrerverbänden kommt ein anderes Echo: "Kein Anlass für Panik-Attacken", "im Rahmen der Erwartungen", "erschreckend, aber keine Überraschung" - alles Zitate aus Stellungnahmen vom Montag.

 

Nun ist aber an beiden Sichtweisen etwas dran. Wenn das Bundesbildungsministerium erklärt, nennenswerte Veränderungen an den Schulen seien erst "innerhalb von sieben bis zehn Jahren" erreichbar, ist das für alle Bildungsinsider eher die zeitliche Untergrenze. Viel länger noch dauert es, bis etwa Änderungen bei der Lehrerausbildung sich in der Schulqualität auswirken können - bei Leistungen, die in Tests bei 15-jährigen Schülern messbar wären. Gleichzeitig hat sich nach Veröffentlichung der ersten Pisa-Studie vor drei Jahren in der Bildungspolitik mehr getan als in den Jahrzehnten davor. Die tatsächlichen Pisa-Ergebnisse freilich wurden dafür nicht immer zu Recht als Argument in Anspruch genommen.

 

Mehr Ganztagsschulen - Auf dem richtigen Weg ist Deutschland auch nach Einschätzung der internationalen Bildungsforscher mit der Einführung von mehr Ganztagsschulen. Rot-Grün in Berlin stellt dafür bis 2007 jährlich eine Milliarde Euro bereit - und inzwischen wird dieses Geld aus allen Bundesländern abgerufen. Mehr Ganztagsbetreuung, das ist bei den Bildungsforschern Konsens, verstärkt die Chancengleichheit und verringert den bislang noch extrem hohen Auslesecharakter des deutschen Schulsystems, der Kinder aus bildungsnahen Elternhäusern massiv bevorteilt. Sehr viel weniger mit Pisa zu begründen ist der Trend, nun überall im Land das Abitur schon nach zwölf Jahren (statt der traditionell in Westdeutschland üblichen 13) vorzusehen. Dass diese Idee sich zeitgleich zur Qualitätsdebatte um Pisa durchsetzte, hat eher mit einem gesellschaftlichen Reflex zu tun: Dass in Zukunft mehr und effektiver gelernt werden müsse, um in der internationalen Konkurrenz um Spitzenleistungen mithalten zu können, ist ein Gedanke, der vor allem Eltern von Gymnasiasten bewegt.

 

"Schnellläuferklassen", auch der Elitegedanke schlechthin, spezielle "Hochbegabtenförderung": Dazu hat es in einzelnen Bundesländern neue Angeboten gegeben. Ein Nachteil der Entwicklung zum schnelleren Abitur für Gymnasiasten spielte dagegen kaum mehr eine Rolle: Die Übergänge von anderen, eher aufs Fördern ausgerichteten Schulformen wie Gesamtschulen hin zum Gymnasium werden schwieriger oder sind mit Zeitverlust verbunden.

 

Die unmittelbarste Konsequenz aus "Pisa I" waren einheitliche Bildungsstandards und eine einheitliche bundes- weite "Bildungsberichterstattung", wie sie nun nach und nach eingeführt werden. Die Kultusministerkonferenz (KMK) hat die ersten "Standards" in diesem Jahr beschlossen - wobei einstweilen offen bleibt, wie viel Vereinheitlichung davon tatsächlich ausgeht. Gravierender werden sich in den kommenden Jahren die neu geplanten Vergleichsarbeiten innerhalb der Bundesländer auswirken - und die prüfungsähnlichen Zwischenbewertungen, die viele Bundesländer gerade für das Ende der Klasse 10 einführen.

 

Ziel solcher Maßnahmen ist neben der Vergleichbarkeit letztlich mehr Leistungsdruck. Doch innerhalb der Bildungslobby bleibt äußerst strittig, wie mehr Gesamtqualität zu erreichen ist - durch Spitzenförderung und frühe Selektion oder durch eine Neubelebung des Gesamtschulgedankens. Je mehr nun mit der Föderalismusreform die Länder auf Alleinzuständigkeit für die Schulen pochen, desto unüberschaubarer wird, wer sich in welche Richtung bewegt. Fr 23

 

 

 

Schule. "Das dreigliedrige System ist gescheitert"

 

Nach dem erneut schlechten Abschneiden Deutschlands bei der internationalen Bildungsstudie Pisa steht das deutsche Schulsystem in der Kritik.

 

Die Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (GEW) und auch der Pisa-Koordinator der OECD, Andreas Schleicher, bekräftigten am Montag ihre Forderung, die frühe Aufteilung auf Gymnasien, Real- und Hauptschulen abzuschaffen. Die Bundesregierung mahnte eine Fortsetzung der bereits eingeleiteten Reformen an.

 

Deutschland investiere zu viel Geld in Beton und zu wenig in die Köpfe, sagte der Berliner Bildungssenator Klaus Böger (SPD). Die FDP- Generalsekretärin Cornelia Pieper forderte unterdessen eine Kindergarten-Pflicht für Kinder von Ausländern.

 

"Das dreigliedrige System ist gescheitert", sagte OECD-Bildungsexperte Schleicher in einem am Montag vorab veröffentlichten Interview mit dem Wirtschaftsmagazin Capital. Die Aufteilung der Kinder nach dem vierten Schuljahr auf Gymnasien, Realschulen und Hauptschulen führe dazu, "dass schwache Schüler abgeschoben statt individuell gefördert werden."

 

Schleicher plädierte deshalb für eine längere gemeinsame Schulzeit. Mit Blick auf die in Deutschland existierenden Gesamtschulen sagte er, diese seien "in der jetzigen Form" kein Erfolg, weil die besseren Schüler auf das Gymnasium auswichen.

 

"Heilige Kuh" - Auch die GEW forderte erneut einen Umbau des Schulsystems. Kein Land teile die Schüler so früh wie Deutschland auf, sagte die GEW-Vorsitzende Eva-Maria Stange gegenüber der Nachrichtenagentur AFP. Dies sei eine Ursache für das schlechte Abschneiden Deutschlands im internationalen Vergleich. Es müsse ein längeres gemeinsames Lernen geben. Die GEW forderte zudem ein Förderprogramm für Schüler aus sozial schwächeren Familien und Einwandererfamilien.

 

Die frühe Aufteilung auf drei Schularten stößt auch bei den Grünen auf Unverständnis. Die bildungspolitische Sprecherin der Grünen, Grietje Bettin, erklärte in Berlin, so lange das dreigliedrige Schulsystem eine "heilige Kuh" bleibe, seien "durchgreifende Besserungen" nicht zu erwarten.

 

Der Vorsitzende des Deutschen Philologenverbandes, Heinz-Peter Meidinger, nannte es dagegen "völlig unsinning", wenn die Pisa-Ergebnisse als Beweis für die mangelnde Konkurrenzfähigkeit des Schulwesens herangezogen würden. Zwar habe die Mehrzahl der Länder, die vor Deutschland rangierten, integrierte Schulsysteme, aber auch alle Länder, die hinter der Bundesrepublik stünden.

 

Das Bundesbildungsministerium verwies darauf, dass nach dem schlechten Ergebnis Deutschlands bei der ersten Pisa-Studie bereits Reformen eingeleitet worden seien. Diese müssten konsequent weitergeführt werden, sagte eine Ministeriumssprecherin in Berlin.

 

Es müsse aber mit einem Zeitraum von sieben bis zehn Jahren gerechnet werden, um Deutschland wieder an die Spitze zu bringen. Die Ende 2001 veröffentlichte Pisa-Studie hatte eine heftige Debatte um das deutsche Bildungsystem ausgelöst. Als Konsequenz daraus wurde unter anderem die Einführung von Bildungsstandards beschlossen. Auch der Ausbau von Ganztagsschulen hat sich seitdem beschleunigt.

 

Am Wochenende war bekannt geworden, dass Deutschland offenbar auch bei der zweiten Pisa-Studie schlecht abgeschnitten hat. Die Untersuchung mit dem Schwerpunkt Mathematik soll offiziell am 7. Dezember veröffentlicht werden. Die Kultusministerkonferenz (KMK) der Länder wollte die Berichte weder dementieren noch bestätigen.

 

Die amtierende KMK-Präsidentin, die rheinland-pfälzische Bildungsministerin Doris Ahnen (SPD), betonte jedoch bereits am Sonntagabend, größere Veränderungen seien in einem so komplexen System wie der Schule innerhalb eines eineinhalbjährigen Zeitraums nicht zu erwarten. Auch Schleicher räumte ein, dass Schulen sich "nur sehr langsam" veränderten. (sueddeutsche.de/AFP/AP)

 

 

 

 

Ohne die Eltern geht es nicht

 

von Konrad Adam

 

Auch beim zweiten Pisa-Test binnen weniger Jahren scheint Deutschland schlecht abgeschnitten zu haben. Erneut werden Klagen laut über das fatale Ausmaß, in dem der Schulerfolg von Kindern, vor allem von solchen aus der Unterschicht, von ihrer sozialen Umgebung abhängt. Die Antwort auf dieses Erzübel des deutschen Bildungsbetriebs entspricht der deutschen Tradition. Sie heißt: mehr und längere Betreuung, und zwar unter den Fittichen des Staates. Da auch die Pädagogen eingesehen haben, was Eltern schon immer wußten, daß die Entscheidung nämlich früh fällt, will man nicht nur die Kinder, sondern schon Babys fördern. Und fördern kann natürlich nur der Staat.

Die Engländer stehen vor denselben Fragen, haben sie aber anders beantwortet als wir. Dort orientiert sich die staatliche Betreuungspolitik an dem Konzept der sogenannten EEC's, der Early Excellence Centres. Sie unterscheiden sich von dem in Deutschland üblichen Kita-Muster vor allem dadurch, daß sie das Elternhaus von Anfang an miteinbeziehen. Jeder Erzieher und jede Erzieherin ist zum Hausbesuch verpflichtet, sie wollen und sie müssen wissen, in welcher Umgebung das Kind aufwächst. Die Nähe zur Familie, so die Initiatoren, sei der Schlüssel zum Erfolg, denn "kein Kind kommt allein. Es bringt immer seine Familie mit."

In Berlin gibt es den ersten Versuch, das englische Modell auf deutsche Verhältnisse zu übertragen. Unter dem Dach des Pestalozzi-Fröbel-Hauses, einer Stiftung des öffentlichen Rechts, wollen Eltern und Erzieher durch gemeinsame Beobachtung herausfinden, wo die Stärken und die Schwächen jedes Kindes liegen. Im Unterschied zur deutschen Gewohnheit, die Eltern "vor die Tür zu setzen", achtet man dabei jedoch auf Kooperation und wechselseitige Anregung. Gerade beim Sprachlernen fällt den Eltern eine wichtige, wahrscheinlich die entscheidende Rolle zu. Sie sind die natürlichen Sprachlehrer ihrer Kinder, im Guten wie im Bösen. Das übersehen zu haben, war der entscheidende Fehler der in Deutschland jahrelang amtlich propagierten Erziehung von ausländischen Kindern zur Mehrsprachigkeit. Sie ließ die Kinder so reden, wie es gerade zu passen schien, zu Hause also im fremdländischen Idiom, im Kindergarten oder in der Schule schlechtes Deutsch, und machte sie auf diese Art zu Analphabeten in zwei Kulturen. Die in mehreren Bundesländern nun übliche Verpflichtung auf das rechtzeitige und korrekte Erlernen der deutschen Sprache ist der erste Schritt aus der Misere. Die Einbeziehung des Elternhauses wäre der zweite.  Dw 23

 

 

 

Freiheit ist kein Kulturgut

 

Was beim aktuellen Geschwätz um "Leitkultur" und "die Grenzen der Toleranz" allzu gerne vergessen wird: Anpassung beruht auf Gegenseitigkeit - und das ist weniger bequem, als wir es uns vormachen - VON CHRISTIAN SCHNEIDER

 

Die Oppositionsführerin erklärt die Idee einer multikulturellen Gesellschaft für "dramatisch gescheitert". Der Innenminister warnt vor "Multikulti-Seligkeit". Der Kanzler schließlich zeigt die "Grenzen der Toleranz" auf und fordert von jenen, die "mit uns" zusammenleben wollen: Integrationswillen, was sonst?

Tatsächlich, in der ärmer werdenden Gesellschaft werden derzeit die sozialen Kosten von Globalisierung und Internationalisierung schärfer wahrgenommen. "Wir" rücken zusammen, die feinen Trennungslinien zu "den anderen" werden sichtbarer. Nach den Ereignissen in den Niederlanden lautet das hierzulande umlaufende Zauberwort "Anpassungsbereitschaft".

Kulturelle Minderheiten sollen sie gegenüber dem Gastland und seinen Normen unter Beweis stellen. Kein Zweifel, Anpassung ist notwendig, wenn kulturell unterschiedlich geprägte Gruppen friedlich miteinander leben wollen. Diejenigen, denen die Rede von der Anpassungsnotwendigkeit an die "Leitkultur" allzu selbstverständlich von den Lippen geht, übersehen freilich zwei entscheidende Bedingungen jeden sozialen Adaptionsvorgangs: Anpassung ist erstens ein prinzipiell unabschließbarer und zweitens kein einseitiger Prozess.

"Anpassung ist nicht nur Unterwerfung, sie bewirkt nicht zuletzt Veränderungen im bestehenden Milieu", bemerkte der Psychoanalytiker Alexander Mitscherlich schon in den sechziger Jahren. Anpassung bedeutet einen doppelten Prozess, der zudem in zwei Richtungen abläuft: Jede passive Akkomodation an fremde Kulturregeln bedeutet immer auch aktive Assimilierung der neuen Umweltbedingungen. Und jede äußere Anpassung an eine neue soziale Mitwelt erfordert einen Bildungsprozess nach innen - die Aufnahme und Anverwandlung fremder Verhaltensformen ins eigene Ich.

Diese Leistung haben wir nicht nur "den Fremden" abzuverlangen, sie ist für uns selber lebenslange Aufgabe. Der Prozess der Zivilisation, auf den wir mit Recht stolz sind, ist weder für die Nationen noch für die in ihnen lebenden Individuen abgeschlossen. Jeder Einzelne hat im Jugendalter den schmerzhaften Schritt von der verantwortungsentlasteten Kinderrolle in den Erwachsenenstatus zu vollziehen, hat sich also einem Normensystem anzupassen, das - je nach Eigenart - tatsächlich wie eine schockierend fremde Kultur wirken kann.

In den dauermobilisierten "heißen" Kulturen des Westens jedoch ist Anpassung längst zu einem Problem für alle Altersstufen geworden. Der in Beruf und Alltag geforderte "flexible Mensch" ist ein Daueranpasser. Der Soziologe Richard Sennett weist darauf hin, dass ein junger Amerikaner mit mindestens zweijährigem Studium heute damit rechnen muss, in vierzig Berufsjahren wenigstens elfmal die Stelle zu wechseln und dabei seine Kenntnisbasis mindestens dreimal auszutauschen.

Anpassung ist jedoch nicht nur unabdingbare Voraussetzung für eine gelingende Berufsbiografie, sie ist letztlich der Preis jeder Zivilität - und er ist hoch. Kein Geringerer als Sigmund Freud hat den Prozess, in dem sich diese Zivilität - er nannte sie schlicht Kultur - als Verinnerlichung des äußeren Zwangs in jedem Einzelnen ausbildet, für so schmerzhaft gehalten, dass er von einer beinahe konstitutionellen "Kulturfeindschaft" der Menschen sprach. In seinen pessimistischsten Momenten ging er so weit, die "Kultureignung" der Gattung Mensch generell in Zweifel zu ziehen - zu groß sei der Verzicht, die jede Kultur ihren Teilnehmern abverlange, zu bitter die Einschränkung der individuellen Freiheit.

"Die individuelle Freiheit ist kein Kulturgut. Sie war am größten vor jeder Kultur, allerdings meist ohne Wert, weil das Individuum kaum imstande war, sie zu verteidigen." Diese knappe Feststellung, vor mehr als einem guten Menschenalter geschrieben, erinnert daran, wie fragil unsere eigene Balance als aufgeklärte "Kulturmenschen" ist - und wie notwendig das Arrangement mit anderen.

Wenn wir uns mit geschwellter Brust zu Verteidigern der Werte der Aufklärung machen, und sie für andere zum Maßstab der Anpassung machen, sollten wir nicht aus dem Auge verlieren, was sie uns selber abverlangen. Der Verlust manch einer zivilen Selbstverständlichkeit, den wir dieser Tage beobachten, zeigt, wie sehr wir selber der permanent erneuerten Anpassung bedürfen - ans eigene Normensystem.

Zum Kern der Aufklärung gehört übrigens, dass das Fremde nicht mehr automatisch als feindlich erlebt werden muss.

Es sieht so aus, als müssten wir uns derzeit wechselseitig daran erinnern. Taz 23

 

 

 

 

Kippa, Kopftuch, Basecap

 

Bei der Preisverleihung zum ARD-Medienpreis CIVIS diskutierte man das Medienbewusstsein der multikulturellen Gesellschaft - VON RALF SIEPMANN

 

"Was hätten die Osmanen dafür gegeben!", scherzte Birand Bingül, Redakteur beim interkulturellen WDR-Magazin Cosmo TV, der es sichtlich genoss, als Türke in der Wiener Hofburg auftreten zu können. Die Anspielung auf die zweimalige Belagerung der Metropole der Habsburger durch die Türken war einer der wenigen unverkrampften Reflexe auf den Umgang mit unterschiedlichen Kulturen in Europa, ein Thema, das angesichts der Tagesereignisse aktuelle Brisanz erfuhr. Die Rahmendiskussionen zum ARD-Medienpreis CIVIS 2004 machten aber vor allem eines deutlich: Es existiert kein konsensfähiges Bild davon, wie die Medien den sozialen Wandel in der europäischen Einwanderungsgesellschaft abbilden sollten.

 

Schon die Diskussion über die Grundlagen ist komplex. Die Hamburger Filmemacherin Buket Alakus, CIVIS-Preisträgerin 2003, formulierte ihren Wunsch, nicht primär unter dem Aspekt ihrer Herkunft wahrgenommen zu werden. Beate Winkler, Direktorin der Europäischen Stelle zur Beobachtung von Rassismus und Fremdenfeindlichkeit, weitete diese Vision zur programmatischen Botschaft. Die mediale Darstellung von Migranten werde dann gefährlich, "wenn der Andere auf das Anderssein reduziert wird". Gegen eine falsche Sicht von Homogenität wandte sich hingegen der jüdische Hörfunk- und Fernsehjournalist Richard Chaim Schneider: "Wir sind anders, und wir wollen auch anders sein."

 

Klischees und Extreme - Unter dem Schock der Ermordung des niederländischen Dokumentarfilmers Theo van Gogh wird der Spielraum für derlei Diskussionen jedoch eng. Marieluise Beck, die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, sorgte sich, dass nicht die Differenzierung die journalistischen Maßstäbe bestimmt, sondern das Extreme, das Spektakuläre, was nicht zuletzt Quote und Auflage bringe. Kaum sei es gelungen, das Stereotyp des armen Asylbewerbers vom Bildschirm zu verbannen (so Monitor-Chefin Sonia Mikich), dominiere gegenwärtig der Trend zu einer Berichterstattung verzerrter Proportionen. Bingül wertete es als "permanenten Sprengstoff", wenn sich die Darstellung der über drei Millionen Muslime in Deutschland auf die vielleicht 270 potentiellen Gewalttäter konzentriere, die der Verfassungsschutz beobachte. Schneider rieb sich am Klischee der Extreme: Das Foto von der jungen Türkin im Minirock wie die Berichterstattungswelle über Zwangsheiraten muslimischer Frauen sind für ihn Kehrseiten derselben Medaille.

 

Wie dann aber die "Doppelbelichtung" (RBB-TV-Chefredakteurin Petra Lidschreiber) einer Gesellschaft leisten, in der Kopftuch, Kippah und Baseballkappe für gänzlich unterschiedliche Zustände von politischem Bewusstsein und öffentlicher Aufmerksamkeit stehen? Beck verlangte, speziell an die öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten adressiert, einen Themenwechsel: "Was es nicht gibt, sind die tatsächlichen harten Themen der Integration: Schule, Kindergarten, Bildung, Qualifikation." Die Folge zeitigte schon in Wien eine Tendenz zur Polarisierung. Während Bingül einräumte, die schulische Situation etwa "kommt bei uns zu kurz", sah Mikich diese Themen "vielleicht im Programm zu versteckt".

Es gibt keinen Redaktionsiraker

 

Seit Jahren wird unter Rundfunkmanagern in Europa darüber diskutiert, ob nicht die internen Strukturen geändert werden müssen, um integrationsfördernde Programme zu ermöglichen. Türkische Journalisten in deutschen Medien, bestätigte Bingül, werden nämlich primär eingesetzt, islamische Themen zu bearbeiten.

 

Dagegen Gerhard Draxler, Informationsdirektor beim Fernsehen des österreichischen Rundfunks ORF: "Wir haben nicht den Redaktions-Iraker. Entscheidend ist die tatsächliche, nicht die Herkunftskompetenz." Viel weiter reichen Modelle wie das der britischen BBC. Dort legen Selbstverpflichtungen zum Beispiel den Anteil der Vertreter von gesellschaftlichen Minderheiten fest, die diese in Nachrichtensendungen vor der Kamera repräsentieren. So weit, ernüchterte Lidschreiber das Wiener Plenum, seien ARD und ZDF noch nicht.

 

244 Programmbeiträge aus 21 EU-Ländern wurden in diesem Jahr für den CIVIS eingereicht - ein Rekordergebnis im 17. Jahr dieses Wettbewerbs für Integration und kulturelle Vielfalt und sicher ein Signal der Hoffnung.

 

Einige der ausgezeichneten Beiträge berühren speziell durch die Sensibilität ihrer Bild- und Tonsprache - so besonders der preisgekrönte Beitrag im erstmals ausgeschriebenen CIVIS-Preis für junge europäische Fernsehjournalisten. Fraglich bleibt, ob diese Qualität irgendwann einmal "primetimetauglich" werden kann, wie es einer der Juroren formulierte. Denn dafür müssen erst die Voraussetzungen geschaffen werden. Fr 23

 

 

 

Austellung in IIC-Köln. Werke von Giovanna Prandi

 

Wir laden Sie herzlich ein zur Ausstellungseröffnung am Donnerstag, 25. November 2004, 19.00 Uhr, „Durch Zeit und Form Werke von Giovanna Prandi“. Einführung: Nicoletta von Buttlar.  

Giovanna Prandi, geb. 1956, studierte von 1970 – 1973 am Kunstinstitut Trient und von 1976-1980 an der Kunstakademie Florenz. Von 1980-1989 unterrichtete sie in verschiedenen Seminaren und Kursen in Florenz in den Bereichen Werbegrafik, Malerei und Zeichnen. Seit 1989 lebt sie in Deutschland als freischaffende Künstlerin. Sie hatte bereits zahlreiche Ausstellungen in Italien und in Deutschland.

Ausstellungsdauer: 25.11.2004 – 10.1.2005

Öffnungszeiten: Mo.- Fr. 9.00 – 13.00 Uhr und 14.00 – 17.00 Uhr

Italienisches Kulturinstitut Köln * Istituto Italiano di Cultura

Kulturabteilung des Italienischen Generalkonsulats

Universitätsstr. 81 * D-50931 Köln * Tel. (0221) 9405610 * Fax 9405616

Internet: http://www.iic-colonia.de/,  eMail: info@iic-colonia.de  (de.it.press)